“Il punto chiave è: quanto durerà la guerra? Se dura due, tre settimane, grazie anche al fatto che si va verso l’estate e i consumi di gas caleranno, l’impatto può essere assorbito dai mercati, attingendo dalle riserve. L’impatto sulla Cina, che ha grosse riserve di petrolio e gas e può sostenere anche due mesi di stop, e anche l’impatto sull’Europa che ha discrete riserve con Paesi come l’Italia che ne hanno di ottime, può essere relativamente contenuto ed essere riassorbito diciamo in un trimestre, specialmente se i prezzi del petrolio non avranno superato i cento dollari. Ma se la guerra durerà un mese o più, sarà un grosso problema”. Così Abhi Rajendran non resident fellow al Center for Energy Studies del Baker Institute, che è parte della prestigiosa Rice University, a Huston, Texas, e direttore della ricerca presso la società privata Energy Intelligence.
Dottor Rajendran, dal punto di vista della necessità di garantire la sicurezza energetica, quanto seria è oggi la crisi innescata del conflitto in Iran?
“Anche se lo stretto di Hormuz non è completamente chiuso, assistiamo a una drastica riduzione dei passaggi, diciamo superiore al 90%. È chiaramente una via marittima critica per i mercati energetici mondiali, in particolare per quelli asiatici, anche se l’Europa è interessata in particolare per la quota di gas naturale liquefatto (GNL) che viene dal Qatar, e che per il 30% del totale va proprio in Europa. Il che è importante perché i Paesi europei stanno cercando di comprare sempre meno gas dalla Russia e dipendono dalle forniture del GNL, in particolare quello americano e quello del Qatar per poter colmare, o quasi colmare, il gap. Ovviamente nei prossimi anni entreranno in produzione altre fonti di GNL, in Africa, in Mozambico ad esempio, o in Indonesia, e dal 2027 ci dovrebbe essere abbondanza sul mercato. Ma sino ad allora, Hormuz è critica”.
Il petrolio e il gas sono ancora una volta usati come un’arma, i Paesi consumatori di fonti fossili sono esposti per l’ennesima volta al rischio geopolitico. Non sarebbe saggio avviare un percorso per liberarsi in due o tre decenni delle fonti fossili, che oltre ad essere inquinanti sono politicamente insicure?
“Avrebbe un senso, per Paesi che non hanno risorse petrolifere come gran parte dell’Europa o la Cina, diversificare intanto i fornitori. Si potrebbe pensare: sul mercato c’è un’abbondante offerta di petrolio e gas, acquistiamo i prodotti che ci servono in aree geografiche diverse. Ma le sorprese sono dietro l’angolo. Quattro anni fa abbiamo avuto l’invasione dell’Ucraina che ha comportato per l’Occidente la necessità di fare a meno del gas russo, che era economico e giungeva in Europa attraverso comodi gasdotti. Adesso abbiamo la guerra all’Iran che di fatto chiude Hormuz e fa venir meno il gas di petrolio liquefatto del Qatar ma anche greggio e prodotti petroliferi raffinati che andavano in Europa e soprattutto in Asia. C’è sempre una variabile che impazzisce e purtroppo non è possibile aumentare rapidamente la produzione in altri Paesi: i tempi di sviluppo, anche avendo un giacimento già identificato e pronto ad essere coltivato, non sono mai inferiori ai due anni. E quindi, sì, avrebbe senso potenziare le rinnovabili e avere una quota di nucleare come baseline. Del resto mi pare che gli investimenti nelle rinnovabili stiano ad indicare che le utility lo stiano già facendo da molti anni. Ma per arrivare a non soffrire più del rischio geopolitico ci vorranno molti decenni e le fonti fossili resteranno determinanti ben oltre la metà del secolo”.
La diversificazione dal petrolio e dal gas, seppure complessa, è quindi una strada maestra anche per garantirsi la sicurezza energetica?
“Si ma con una importante avvertenza: si potrebbe anche passare dal male al peggio. E mi spiego. Per diversificare alcuni Paesi come la Francia hanno puntato sul nucleare, altri come la Spagna o voi stessi in Italia, sul fotovoltaico, altri nel nord Europa sull’eolico. Bene. Ognuno ha le sue risorse o comunque fa le sue scelte, ma attenzione al fatto che altri Paesi, anche grandi come la Cina, l’India, l’Indonesia, e tra i tanti le Filippine e il Sudafrica, hanno grosse riserve di carbone e potrebbero optare per tornare a questa fonte fossile, che peraltro non hanno mai abbandonato, e che è molto più inquinante del gas. Quindi, attenzione che una riduzione della disponibilità di gas potrebbe spingere alcuni Paesi a scegliere una fonte molto più inquinante e già disponibile. Non è affatto scontato che per far fronte a una crisi delle catene di fornitura degli idrocarburi si scelgano le rinnovabili o il nucleare. Alla finestra c’è anche il carbone, che tuttora gioca un ruolo essenziale nella produzione elettrica in tanti Paesi. E questo, tra l’altro, avrebbe un impatto pesante sulle emissioni che alterano il clima”.
Quanto ha pesato nella scelta di Trump di attaccare l’Iran il fatto che gli Stati Uniti sono autosufficienti da un punto di vista energetico?
“Il presidente Trump è notoriamente decisamente favorevole alle fonti fossili. Diciamo che essere autosufficienti energeticamente, con tutto il petrolio, il gas e il carbone che possa servire al Paese, è stato per lui un freno in meno. Ha potuto agire senza temere troppo le conseguenze sulla sicurezza energetica. Poi, chiaramente, se la crisi dovesse durare molto anche qui ci sarebbero effetti negativi, ad esempio per l’inflazione importata, ma Trump credo che pensi di terminare la guerra prima”.
