Non c’è niente da fare. Ci ricaschiamo sempre. L’ambiente scivola giù nella lista delle priorità appena la tensione politica si accende. Certo, si potrebbe dire che se il pericolo di una guerra immediata sale, la prospettiva di un danno di medio periodo perde interesse. Si potrebbe dire, e infatti molti lo dicono. Ma è proprio questo meccanismo psicologico, la difficoltà ad allungare lo sguardo oltre l’immediato, una delle cause principali dei problemi in cui siamo impantanati. Se invece vogliamo prevenire l’acuirsi dei conflitti,dobbiamo conoscerne le cause. E buona parte di queste cause riconducono alla questione ambientale.
Lo dimostra il caso Groenlandia, che è un insieme di paradossi. Primo paradosso. Il tema esiste a causa della crisi climatica perché è il progressivo disgelo che rende appetibili i giacimenti minerari e le rotte artiche. Ma è sollevato dal primo inquilino della Casa Bianca che nega l’esistenza della crisi climatica.
Secondo paradosso. Il possesso Usa della Groenlandia è rivendicato da Trump per impedirne la conquista da parte di Russia e Cina. Ma è l’attacco americano agli alleati storici della Nato a mandare in pezzi l’alleanza atlantica che dalla metà del secolo scorso è stata lo strumento militare della deterrenza dell’Occidente nei confronti dei competitor globali.
Terzo paradosso. Trump ha fatto la campagna elettorale promettendo di evitare nuove guerre e di tenere gli Stati Uniti fuori dai conflitti prolungati all’estero. Ma gli Stati Uniti si trovano impantanati in una serie crescente di conflitti e Trump ha dichiarato che, non avendo ottenuto il premio Nobel per la pace, non si sente “più tenuto a pensare esclusivamente alla pace”, cioè è pronto a usare le maniere forti per prendersi la Groenlandia, parte del territorio dell’Unione Europea.
Per provare a sfuggire ai rischi creati da questi paradossi occorre alzare lo sguardo, cercando una strada che tenga assieme le convenienze dell’oggi e quelle del domani. Le convenienze dell’oggi sono legate alla necessità dell’Europa di dare un segno di vita. E proprio negli ultimi giorni qualche elemento positivo su questo fronte è emerso. Bruxelles ha cominciato a parlare seriamente di contro dazi da 93 miliardi per reagire al wrestling commerciale di Trump. E ha firmato il Mercosur, che rappresenta la prima risposta forte all’offensiva scomposta della Casa Bianca. Il Mercosur presenta delle criticità perché negozia l’ingresso di merci che vengono da Paesi con livelli di protezione ambientale e sanitaria più bassi di quelli europei. Ma nel complesso l’operazione ha un saldo nettamente positivo.
Come hanno sottolineato sul Corriere della sera Milena Gabanelli e Francesco Tortora “l’intesa raggiunta con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni di persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di euro. Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese Ue coinvolte”. Con questa mossa l’Unione Europea attira verso il proprio mercato – caratterizzato dalle regole più cautelative e dagli standard più alti a livello globale – un alleato importante sia dal punto di vista della capacità di spesa che da quello geopolitico, perché vince una mano in quella che Trump considera casa sua.
Analoghe mosse sono possibili – e in parte già avviate – in termini di aumento degli scambi commerciali e diplomatici con Paesi e aree del mondo importanti come il Canada, l’India, la Cina, l’Oceania.
Quello che resta da mettere a punto è la strategia di crescita dell’Europa. Trump e Putin sono affraternati da vari legami, uno dei principali è la difesa degli interessi dei combustibili fossili che hanno alimentato le campagne elettorali di Trump e le guerre di Putin. Per sostenere questa linea la Casa Bianca e il Cremlino hanno bisogno di condurre in contemporanea un attacco alle istituzioni politiche nate nel dopoguerra per difendere gli interessi globali dell’umanità (a partire dalla pace) e alle istituzioni scientifiche nate per sviluppare un sapere indipendente dai regimi che governano i singoli Stati (per sostenere i fossili bisogna negare la crisi climatica).
L’Unione Europea ha scelto una strada opposta. Basata sullo sviluppo del progresso tecnologico e della twin transition (digitale e ambientale) e sulla difesa della qualità della vita europea che è il vero punto di forza del vecchio continente. Queta strada è sotto l’attacco di partiti di estrema destra apertamente incoraggiati dalla Casa Bianca e dal Cremlino.
Cedere su questo punto, fare marcia indietro sulla transizione ecologica sarebbe un atto di resa che priverebbe l’Europa delle carte migliori da spendere. Mentre rilanciare, prestando più attenzione alle necessità delle industrie del continente e agli equilibri sociali che scricchiolano, le darebbe la forza per rinegoziare a tutto campo una più forte presenza globale, aprendo interlocuzioni importanti con nuovi mercati.
La Groenlandia è l’indicatore di questo processo: misura la capacità dell’Unione Europea di esistere nel contesto creato dalla dissoluzione del patto atlantico. Difenderla non è solo una necessità, è l’occasione per allargare il sistema della difesa (economica, ambientale e militare) del continente ai Paesi che sono entrati in rotta di collisione con la Casa Bianca. Una larga maggioranza.
