30 Settembre 2026
/ 30.09.2026

La guerra in Iran ridisegna la mappa energetica mondiale: chi vince e chi perde

Lo Stretto di Hormuz bloccato ha fatto schizzare i prezzi dei combustibili fossili e accelerato la transizione verde. La Cina avanza, i Paesi poveri pagano il conto

Sei mesi dopo l’inizio della guerra in Iran, il mondo fa i conti con una trasformazione energetica accelerata. Lo Stretto di Hormuz, quella striscia di mare larga appena 39 chilometri che separa Iran e Oman, è diventato un campo di battaglia navale. Così si è interrotto il flusso di circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, un quinto del commercio globale di greggio: gli equilibri energetici planetari stanno cambiando rapidamente.

Gli importatori di combustibili fossili hanno pagato oltre 330 miliardi di dollari in costi extra tra marzo e agosto. Una cifra equivalente al PIL della Finlandia nel 2025, secondo i dati del Centre for Research on Energy and Clean Air di Helsinki. Il greggio pesa per 164 miliardi, gasolio e diesel per 74, il gas naturale liquefatto per 38. Dietro questi numeri ci sono Paesi che hanno saputo sfruttare la crisi e altri schiacciati dai costi.

Pechino ha stipulato una polizza assicurativa efficace

La Cina emerge come il grande beneficiario di questa riconfigurazione. Gli investimenti nelle rinnovabili fatti negli ultimi anni si stanno rivelando una polizza assicurativa efficace: tra marzo e luglio, i progetti di energia pulita aggiunti dal 2020 hanno permesso a Pechino di evitare quasi 8 miliardi di dollari in importazioni di combustibili fossili.

Ma non è solo una questione di risparmio. La Cina domina la produzione globale di tecnologie verdi, e l’impennata dei prezzi di petrolio e gas sta rendendo pannelli solari, batterie e veicoli elettrici molto più attraenti. A luglio le vendite di auto elettriche e ibride plug-in all’estero hanno raggiunto 1,56 milioni di unità, il 60% del totale delle vendite di veicoli nuovi nel Paese. Le esportazioni di tecnologie pulite segnano record mese dopo mese.

Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, anche i produttori di petrolio e gas delle Americhe stanno incassando profitti straordinari. Con gli acquirenti che fuggono dai fornitori del Golfo Persico, Stati Uniti, Canada e Paesi latinoamericani hanno aumentato la produzione. Le aziende energetiche nordamericane hanno incassato miliardi di dollari grazie ai premi di prezzo legati alla crisi. Ma gli analisti avvertono: anche se un cessate il fuoco dovesse far crollare questi margini straordinari, alcune trasformazioni del mercato sono destinate a durare. L’accelerazione dell’elettrificazione globale, spinta proprio dagli alti costi dei combustibili, sta aumentando la domanda di minerali critici come rame e litio, che avvantaggia Cile e Perù.

Nel Golfo Persico la situazione è drammatica

Nel Golfo Persico la situazione è drammatica. Attacchi con droni ed esplosioni hanno danneggiato infrastrutture cruciali, inclusa la più grande raffineria petrolifera dell’Arabia Saudita e un importante terminal di esportazione di gas naturale liquefatto in Qatar. Le perdite di export nella regione hanno raggiunto una media di quasi 2 miliardi di dollari al giorno solo a marzo, secondo una stima della Rice University. Le infrastrutture distrutte valgono 58 miliardi di dollari, stima Rystad Energy. La guerra ha inoltre messo in stand-by la transizione verde della regione: il costo del debito è schizzato, rendendo meno convenienti i progetti di energia pulita.

I Paesi più poveri pagano il conto più salato. Le nazioni in via di sviluppo hanno assorbito costi aggiuntivi equivalenti all’1% del loro PIL, più del doppio del peso economico subito dai Paesi ricchi, secondo il CREA. In Africa, dove molti Paesi sono importatori netti di prodotti petroliferi raffinati, l’impennata dei prezzi sta alimentando una crisi economica più ampia. L’Etiopia ha dovuto bruciare miliardi di dollari delle sue riserve in valuta estera per difendere il birr, la moneta nazionale, dopo le svendite sui mercati valutari. Per il Giappone e la Corea del Sud, che dipendevano dallo Stretto di Hormuz per la maggior parte delle loro forniture di petrolio, non c’è stata alternativa: hanno dovuto assorbire i prezzi più alti.

Cambiamenti rapidi

Eppure, dalla crisi sta emergendo un’accelerazione imprevista della transizione energetica. I Paesi che non possono proteggere i loro consumatori dagli aumenti dei prezzi del carburante stanno assistendo a cambiamenti rapidi nei comportamenti. L’Africa nel suo complesso ha importato il 37% in più di attrezzature solari dalla Cina nella prima metà del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, secondo i dati di BloombergNEF. L’espansione coinvolge l’intero continente, dal Sudafrica all’Egitto.

Lo stesso fenomeno si registra in Asia. Nelle Filippine, dove le carenze iniziali di carburante hanno spinto il governo a imporre una settimana lavorativa di quattro giorni per risparmiare energia, a marzole importazioni di attrezzature solari cinesi sono schizzate del 262% anno su anno. Le vendite mensili di veicoli elettrici nelle Filippine e in Indonesia sono quasi raddoppiate a giugno e luglio rispetto allo stesso periodo del 2025. In India, le vendite mensili di veicoli elettrici per passeggeri hanno raggiunto 30.000 unità in quei due mesi, rispetto a meno di 20.000 unità dell’anno scorso.

Le rinnovabili crescono

Sul fronte delle emissioni globali, c’è una notizia relativamente buona. Contrariamente ai timori iniziali, il 2026 non ha visto un’impennata nell’uso del carbone. Le emissioni globali di gas serra nella prima metà dell’anno sono aumentate solo dello 0,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo un’analisi preliminare dell’organizzazione no-profit Climate Trace. Cina e Stati Uniti hanno ridotto leggermente le emissioni, mentre India e Brasile le hanno aumentate. Le energie rinnovabili si sono espanse più rapidamente del carbone.

“Le rinnovabili continuano a crescere. Questa sembra una buona notizia”, dice Ting So, analista principale di Climate Trace. Ma aggiunge una nota di cautela: “La volatilità delle interruzioni nello Stretto di Hormuz rende difficile prevedere le tendenze a lungo termine”.

La nuova mappa energetica

La guerra in Iran sta ridisegnando la geografia energetica globale in modi che andranno ben oltre la durata del conflitto stesso. Infrastrutture e vie logistiche stanno cambiando: si parla di nuovi oleodotti di bypass e percorsi alternativi per ridurre la dipendenza da Hormuz. Le aziende stanno riconsiderando le loro catene di approvvigionamento. I governi stanno accelerando i piani di indipendenza energetica. Milioni di persone stanno scoprendo che l’energia del futuro potrebbe essere più vicina di quanto pensassero.

È presto per dire se questa trasformazione sarà permanente. Ma i sei mesi di guerra hanno già cambiato il mondo dell’energia. In questa nuova mappa energetica, vince chi ha investito nella diversificazione. Perde chi ha continuato a dipendere da un unico collo di bottiglia strategico.

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