Mettetevi comodi e fate un respiro profondo. La domanda è meno banale di quanto sembri: che aria stiamo respirando tra le pareti di casa? Mentre l’attenzione pubblica si concentra sullo smog urbano, l’inquinamento indoor resta spesso sottovalutato, nonostante derivi da fonti quotidiane come vernici, mobili in truciolato, detergenti, tappeti e fumo di sigaretta. In ambienti ben isolati, queste sostanze rilasciano composti organici volatili – tra cui formaldeide, benzene e xilene – che tendono ad accumularsi.
Lo studio Nasa
A occuparsi di questo problema è stata la Nasa. Alla fine degli anni Ottanta, l’agenzia spaziale avviò una ricerca mirata a valutare l’uso di piante ornamentali comuni per migliorare la qualità dell’aria in ambienti chiusi. Il contesto era quello dei sistemi di supporto vitale per stazioni spaziali e basi orbitanti, luoghi sigillati in cui il controllo dell’aria è cruciale.
Nel rapporto del 1988, i ricercatori analizzarono circa una quindicina di specie da interno, misurandone la capacità di rimuovere specifici inquinanti chimici. I risultati mostrarono che alcune piante, grazie all’azione combinata delle foglie e dei microrganismi presenti nel substrato radicale, erano in grado di ridurre in modo significativo la concentrazione di diversi composti organici volatili. Come spiegò Bill Wolverton, allora senior scientist del John C. Stennis Space Center, “le piante da interno possono essere una componente molto efficace di un sistema pensato per garantire ambienti domestici e di lavoro liberi dall’inquinamento”.
Come funziona la depurazione biologica
Il meccanismo individuato dalla ricerca non si limita alla fotosintesi. Gli inquinanti vengono assorbiti attraverso gli stomi delle foglie e trasportati verso le radici, dove batteri e funghi del suolo contribuiscono alla loro degradazione. È un processo continuo, silenzioso e privo di consumo energetico, che rende le piante elementi attivi del microclima domestico.
Tra le piante analizzate dallo studio spicca il Falangio (Chlorophytumcomosum), efficace contro formaldeide, xilene e toluene. La Sansevieria trifasciata si distingue per la capacità di rilasciare ossigeno anche nelle ore notturne. Lo Spatifillo è risultato utile nell’assorbimento di benzene, ammoniaca e tricloroetilene, mentre l’Aloe vera contribuisce alla riduzione di formaldeide e benzene.
Completano l’elenco Felce di Boston, Edera inglese, Pothos, Dracena, Palma Bamboo, Areca, Gerbera, Filodendro, Ficus elastica, Ficus benjamina e Aglaonema: specie diverse per aspetto e manutenzione, ma accomunate da una funzione che va oltre l’estetica.
Piante e purificatori: ruoli diversi, non alternativi
Gli studi Nasa non mettono le piante in competizione diretta con i purificatori meccanici. La ricerca, nata per ambienti chiusi e sigillati, indica che la vegetazione può contribuire alla riduzione di alcuni inquinanti chimici, ma all’interno di sistemi più ampi di controllo della qualità dell’aria. Le piante agiscono su specifici composti organici volatili, mentre i dispositivi meccanici restano più efficaci su polveri sottili, allergeni e particolato. Il dato rilevante, per l’ambiente domestico, è che il verde non è un semplice elemento decorativo, ma una componente funzionale del microclima interno.
Prima di investire in un nuovo dispositivo elettronico, vale quindi la pena guardare con attenzione un angolo libero del soggiorno. Una pianta non risolve da sola il problema dell’inquinamento indoor, ma può contribuire in modo misurabile a rendere l’aria più respirabile.
