Più di qualcuno, forse, ricorderà “Harry, ti presento Sally“. Oggi — e non me ne voglia il regista Rob Reiner — il gioco di parole si impone da sé, ma nella tragedia che ha devastato il Mezzogiorno, la nostra ideale “Sally”, di romantico non c’è davvero nulla. I territori colpiti dal ciclone Harry, con danni che superano il miliardo e mezzo di euro, non evocano commedie sentimentali: sono la scenografia di un film horror, un paesaggio in cui la furia meteomarina ha completato, drammaticamente, un’opera di distruzione iniziata molti decenni fa. Sono decenni, infatti, che coste e centri abitati del Sud sono stati trasfigurati da iper‑cementificazione e abusivismo sistemico, con classi dirigenti che non hanno saputo garantire manutenzione ordinaria, prevenzione e gestione sicura del rischio in territori dall’orografiafragile.
#Maltempo, prosegue il lavoro #vigilidelfuoco, oltre 3.250 interventi in 6 giorni: dal 19 gennaio svolte 1.900 operazioni in Sicilia, 700 in Calabria, 650 in Sardegna.
— Vigili del Fuoco (@vigilidelfuoco) January 25, 2026
Nella clip Drago 156 in sorvolo sull'isola di Linosa (CL), fortemente colpita dalle mareggiate [#25gennaio… pic.twitter.com/vUh8sSou62
Il quadro nazionale delineato dal Rapporto Ispra 2024 sul dissesto idrogeologico conferma, poi, che queste fragilità non sono episodiche né circoscritte. Il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe; oltre 636.000 frane censite rendono l’Italia il Paese europeo più esposto; 1,28 milioni di persone vivono in aree a pericolosità elevata e molto elevata, mentre 6,8 milioni sono a rischio alluvioni nello scenario di pericolosità media. La nuova mosaicatura Pai (Piani di assetto idrogeologico) mostra un aumento del 15% delle superfici classificate a rischio rispetto al 2020‑2021, con un incremento del 9,2% nelle classi più pericolose. Le spiagge italiane – già ridotte, frammentate e vittime dell’insostenibile finanziarizzazione dei beni demaniali – hanno subito modifiche significative in oltre 1.800 km di litorale.
Il triennio più caldo
Il triennio 2022‑2024, il più caldo mai registrato in Italia, ha visto eventi pluviometrici estremi con intensità fino a sei volte superiori alle medie storiche, confermando che il dissesto idrogeologico è ormai una condizione permanente del territorio nazionale. La pressione antropica, con un consumo di suolo passato dal 2,7% degli anni Cinquanta al 7,16% del 2023 (sempre secondo dati Ispra), ha aggravato ulteriormente la vulnerabilità, riducendo la capacità del territorio di assorbire, drenare e dissipare l’energia degli eventi estremi.
Le tragedie recenti e i dati Ispra convergono su un punto: da un lato, la gestione del territorio è stata per decenni improntata alla mercificazione del suolo, alla deroga sistematica, alla cancellazione delle difese naturali e alla totale assenza di manutenzione; dall’altro lato, il cambiamento climatico sta accelerando oltre le previsioni, amplificando le fragilità preesistenti. L’Italia paga simultaneamente l’inerzia politica e l’inerzia climatica: la prima ha costruito le vulnerabilità, la seconda le sta trasformando in catastrofi ricorrenti. La combinazione di uso dissennato del territorio e tropicalizzazione delle temperature medie nel Mediterraneo produce un rischio sistemico che non può più essere affrontato con strumenti emergenziali. Gli esperti climatici, dal Cmcc ai centri di ricerca internazionali, avvertono che la regione euromediterranea è ormai un hotspot globale del cambiamento climatico: il Mediterraneo si scalda a un ritmo circa 2,2 volte superiore alla media globale, con anomalie termiche marine che nel biennio 2023‑2024 hanno superato in più occasioni i +4 °C rispetto ai valori climatologici.
Oltre 60 giorni l’anno di ondate di calore marino nelle aree più esposte
Nel Mediterraneo, il programma europeo di telerilevamento Copernicus rileva un aumento della frequenza e dell’intensità delle “marine heatwaves”, con oltre 60 giorni l’anno di ondate di calore marino nelle aree più esposte, un valore triplicato rispetto agli anni Novanta. Questa energia termica aggiuntiva alimenta sistemi ciclonici più intensi: Copernicus documenta un aumento del 30% degli eventi precipitativi estremi nell’Europa meridionale negli ultimi vent’anni e un incremento del 20% dell’intensità delle precipitazioni orarie, esattamente il tipo di dinamica che rende possibili fenomeni come Harry. La tropicalizzazione del Mediterraneo — caratterizzata da acque più calde, atmosfera più umida e maggiore instabilità — crea le condizioni per cicloni mediterranei con caratteristiche sempre più simili ai sistemi tropicali, con venti oltre i 120 km/h, onde superiori ai 10‑15 metri e precipitazioni concentrate in poche ore.
Eppure, anche a costo di sembrare banali, le soluzioni esistono e sono già disponibili. Da un lato, le soluzioni basate sulla natura e i servizi ecosistemici possono trasformare i tessuti urbani in infrastrutture verdi capaci di assorbire acqua, di mitigare il calore, di ridurre l’erosione e ricostruire la continuità ecologica: riforestazione diffusa, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino delle dune, gestione sostenibile del suolo, agricoltura rigenerativa, corridoi ecologici e sistemi di drenaggio urbano sostenibile. Dall’altro lato, la transizione energetica deve accelerare: i dati più recenti di Ember mostrano che eolico e solare hanno superato per la prima volta le fonti fossili nella produzione elettrica europea, confermando la traiettoria corretta. La sola produzione di energia pulita, però, da sola non basta: occorre elettrificare i consumi in tutti i settori industriali e civili, integrare accumuli e flessibilità, digitalizzare i sistemi di monitoraggio, rendere la domanda più intelligente e ridurre la dipendenza strutturale dal gas.
La scienza indica la direzione
In conclusione, l’Italia può diventare un Paese capace di vivere in sicurezza in un clima, irreversibilmente, più estremo: un territorio, quindi, che riduce, strutturalmente, la propria vulnerabilità e ricostruisce, progressivamente, le difese naturali perdute. La scienza indica da anni la direzione: cura del suolo, rinaturalizzazione dei fiumi, protezione delle coste, città progettate per drenare e mitigare, sistemi energetici rinnovabili integrati con reti intelligenti e accumuli. È un modello in cui prevenzione e adattamento diventano una solida infrastruttura nazionale, non una risposta emergenziale. Per realizzarlo serve una volontà politica netta e chiara: trattare la sicurezza climatica come un interesse strategico del Paese, al pari della sicurezza energetica e di quella economica. Significa programmare investimenti pluriennali, rafforzare le competenze tecniche delle amministrazioni, superare la logica delle deroghe e restituire centralità alla pianificazione integrata territoriale. Significa, soprattutto, riconoscere che la protezione degli ecosistemi non è un costo, ma l’investimento necessario per garantire benessere, competitività e stabilità sociale in un Mediterraneo e in un Pianeta sempre più instabili e invivibili.
