2 Ottobre 2026
/ 2.10.2026

L’Italia delle infrastrutture alla prova del clima: quattro futuri possibili

Pubblicato il Future Brief “Trame di Resilienza” a cura del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC) per Ecosistema Futuro

Durante l’estate 2026, a Roma, il caldo ha raggiunto condizioni classificate come eccezionali sull’intero territorio cittadino per 32 giorni. In agosto questa situazione si è protratta per 18 giorni consecutivi, secondo le elaborazioni del servizio climatico Roma Climate Hub del CMCC (il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici). Per chi vive in città, il caldo è anzitutto un problema di salute e di qualità della vita. Per le infrastrutture è anche una prova di resistenza: aumenta la domanda di elettricità, mette sotto pressione gli impianti e può ostacolare il funzionamento dei trasporti. È una finestra sul clima con cui dovranno fare i conti le reti costruite per durare decenni.

A questa sfida è dedicato “Trame di resilienza: infrastrutture per l’Italia del 2050”, il secondo Future brief di Ecosistema Futuro, l’iniziativa promossa da ASviS e di cui il CMCC è una delle istituzioni fondatrici, che ha tra i sui obiettivi quello di identificare e studiare scenari che permettano all’Italia di realizzare uno sviluppo sostenibile e garantire benessere e qualità della vita per tutte e tutti, nel rispetto dei confini planetari da qui al 2100. Ho avuto il piacere di curare questo brief insieme ai colleghi Jonathan Spinoni e Paola Mercogliano per la Fondazione CMCC.

Nel documento, consideriamo insieme le reti idriche, energetiche, di trasporto, digitali e logistiche. La sicurezza di ciascuna dipende anche dalle altre: un’interruzione elettrica può fermare una ferrovia, compromettere le comunicazioni o impedire la distribuzione dell’acqua. Il danno si propaga ben oltre il punto in cui ha avuto origine. Le alluvioni del 2023 in Emilia-Romagna, per esempio, hanno interrotto per giorni i collegamenti ferroviari Bologna–Rimini e Bologna–Ravenna.

Il problema riguarda opere spesso progettate sulla base di dati climatici storici. Temperature, piogge intense e siccità stanno cambiando, mentre ponti, reti e impianti continueranno a funzionare in condizioni diverse da quelle assunte al momento della costruzione. All’età delle infrastrutture e ai ritardi nella manutenzione si aggiungono differenze tra territori: alcuni comuni dispongono di tecnici, dati e risorse per pianificare; altri faticano persino a preparare i progetti necessari per ottenere finanziamenti. Il rischio climatico incontra così fragilità già esistenti e può amplificarle.

Anche i conti invitano ad agire. Le simulazioni pubblicate nel 2018 da Giovanni Forzieri e colleghi, riprese dal rapporto “Cambiamenti climatici, infrastrutture e mobilità” curato da Carlo Carraro nel 2022, stimano che i danni diretti annuali alle infrastrutture italiane possano salire dagli 0,42 miliardi di euro della media 1981-2010 a circa 5 miliardi intorno alla metà del secolo. Il rapporto stima che, includendo le ripercussioni sull’economia, le perdite complessive possano raggiungere 11,5-18 miliardi l’anno. Richiama inoltre lo studio internazionale AdaptNow del 2019, secondo cui un euro investito nella resilienza delle infrastrutture produce quasi cinque euro di benefici complessivi. È un’indicazione del valore della prevenzione, non un rendimento garantito per ogni opera.

Per capire quali scelte possano fare la differenza, abbiamo immaginato quattro Italie del 2050.

Sono scenari volutamente estremi, costruiti incrociando due domande: il Paese anticiperà i rischi o reagirà soltanto alle emergenze? E i territori agiranno in modo coordinato o ciascuno per conto proprio? Questi futuri non hanno probabilità assegnate: servono a rendere visibili opportunità e conseguenze delle decisioni prese oggi. Abbiamo indicato questi scenari con quattro nomi che ne descrivono le principali caratteristiche: policentrico, tecnocentrico, burocratico, egocentrico.

  • Nell’Italia policentrica, città e regioni sperimentano piani climatici, strumenti digitali e soluzioni vicine ai bisogni locali. L’iniziativa diffusa produce innovazione, ma senza una cornice comune i territori più ricchi avanzano e gli altri restano indietro.
  • Nell’Italia tecnocentrica, reti intelligenti, modelli predittivi e intelligenza artificiale migliorano la gestione dei servizi. La dipendenza dall’automazione, però, espone a nuovi guasti e lascia ai margini chi non dispone delle stesse competenze digitali.
  • Lo scenario burocratico affida allo Stato regole e investimenti uniformi. La continuità istituzionale offre protezione, ma procedure troppo rigide faticano a seguire un clima che cambia e lasciano poco spazio alle comunità.
  • Nell’Italia egocentrica, infine, il coordinamento si perde: gli enti intervengono solo dopo i disastri, i piani restano sulla carta e l’accesso a servizi affidabili dipende sempre più dalle risorse di ciascuno.

È importante ricordare che nessuno di questi quattro ritratti costituisce, da solo, un modello da seguire.Costruire scenari di questo tipo vuol dire costruire mappe per orientare le decisioni di oggi.

La visione che proponiamo combina invece capacità di iniziativa locale, strumenti tecnologici accessibili e regole condivise. Vogliamo partire da un futuro desiderabile e tornare al presente per individuare ciò che occorre fare. Questo significa usare scenari climatici aggiornati nella progettazione, rivedere progressivamente gli standard tecnici e dare anche ai piccoli comuni assistenza, formazione e dati utilizzabili. Una regia nazionale, coerente con il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, dovrebbe sostenere le decisioni di regioni e amministrazioni locali, riducendo i divari anziché uniformare ogni soluzione.

Cambierebbe anche il modo di valutare la spesa pubblica: accanto al costo iniziale di un’opera conterebbero la sua durata in un clima diverso, la continuità dei servizi e i danni che può evitare. Il coinvolgimento dei cittadini aiuterebbe a riconoscere criticità che le sole mappe non mostrano e a decidere quali interventi siano prioritari. La resilienza, in questa prospettiva, si misura nella possibilità concreta di avere acqua, energia, mobilità e comunicazioni affidabili anche quando il clima mette alla prova il territorio. E’ questa la scelta decisiva: fare della resilienza un criterio ordinario dei progetti e dei bilanci pubblici di oggi.

*Alfredo Reder è ricercatore del CMCC

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