20 Gennaio 2026
/ 20.01.2026

L’Italia soffoca per l’inquinamento atmosferico

Il rapporto "Cambiamo Aria" 2026 smentisce i proclami di miglioramento. Nelle città della Penisola l'emergenza smog resta una crisi sanitaria strutturale

È una conferma che toglie, letteralmente, il fiato. L’aria nelle città italiane è il teatro di un’emergenza sanitaria strutturale che nel 2025 ha continuato a mietere vittime, nell’indifferenza di gran parte della politica.

Secondo i dati definitivi del progetto nazionale “Cambiamo Aria” – promosso da ISDE Italia (Medici per l’Ambiente) in collaborazione con Kyoto Club e Clean Cities Campaign – il bilancio è di 7.000 decessi prematuri l’anno, solo nelle 27 città analizzate, direttamente attribuibili all’esposizione al PM 2,5, la frazione più sottile e insidiosa del particolato atmosferico. Ciò significa che un decesso su dodici ha come complice invisibile ciò che respiriamo. Se invece consideriamo tutta la Penisola e tutti gli inquinanti atmosferici, il totale delle vittime supera le 50 mila.

Il nemico invisibile

Il PM 2,5 è capace di penetrare in profondità negli alveoli polmonari e, da lì, raggiungere direttamente il circolo sanguigno, e quindi i nostri organi.

I dati del 2025 ci dicono che a Milano, Torino e Padova le medie annue registrate sono quasi il doppio del limite UE (10 µg/m³) e quattro volte oltre la soglia di sicurezza raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (5 µg/m³).

È però analizzando i superamenti giornalieri che il quadro si fa più preoccupante: contro un massimo di 18 giorni l’anno consentiti dalla nuova Direttiva UE, Milano ha toccato quota 206 giorni oltre i 25 µg/m³. Ciò significa che, per oltre metà dell’anno, i cittadini milanesi hanno inalato aria tossica.

Nel capoluogo lombardo, una morte non traumatica su sette è causata dagli sforamenti di questo particolato.

Città portuali e biossido d’azoto: il “caso Palermo

Se il Nord soffoca per le polveri sottili da riscaldamento e traffico pesante, il Centro-Sud e le città di mare sono prigioniere del biossido di azoto (NO2). Questo inquinante, legato a doppio filo all’uso dei combustibili fossili per il trasporto stradale e marittimo, mostra dati che il rapporto definisce “allarmanti”. In tutte le città studiate, l’NO2 sfora i limiti giornalieri dell’OMS per almeno metà dell’anno.

Il caso di Palermo è emblematico: 356 giorni di sforamento su 365: un intero anno trascorso senza respirare aria pulita. Non va molto meglio a Catania (351 giorni) e Genova (333 giorni). Qui il peso delle emissioni navali è determinante: le grandi navi che tengono i motori accesi in banchina e il traffico portuale creano cappe di inquinamento che si sommano a quello stradale. Anche le metropoli come Roma e Napoli continuano a registrare medie annuali ben superiori ai 40 µg/m³, arrivando in alcuni casi a quintuplicare la soglia di sicurezza OMS.

La trappola del 2030

La nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria (2881/2024), pubblicata a fine 2024, fissa obiettivi più stringenti che dovranno essere recepiti dagli Stati membri. Tuttavia, il rischio è quello di considerare il 2030 come una scadenza lontana, una sorta di “buon proposito” da gestire con calma burocratica. Il rapporto ISDE-Kyoto Club gela questa impostazione: agire solo a ridosso della scadenza significa accettare consapevolmente anni di malattie e morti che potrebbero essere evitate oggi.

“I cittadini di oggi hanno lo stesso diritto di quelli del 2030 a respirare aria che non li faccia ammalare”, si legge nel documento. Al ritmo attuale di miglioramento delle tecnologie e delle politiche urbane, l’Italia impiegherebbe altri due decenni per rispettare i limiti del 2030, e addirittura fino al 2070 per allinearsi alle raccomandazioni dell’OMS. Un ritardo di quarant’anni che peserà sulle generazioni future non solo in termini di salute, ma anche di costi economici e sociali per il sistema sanitario nazionale. Roberto Romizi, presidente di ISDE Italia, è netto: “I dati confermano senza ambiguità che l’inquinamento nelle città italiane è un’emergenza sanitaria strutturale. Rimandare significa accettare un carico evitabile di sofferenza”.

Oltre la retorica dei “piccoli passi”

Gli esperti chiedono una sterzata decisa che superi la logica degli incentivi a pioggia per puntare su cambiamenti radicali del tessuto urbano. Non basta “moderare” il traffico; serve una completa elettrificazione dei veicoli, dei sistemi di riscaldamento domestico e delle navi a corto raggio.

Paolo Bortolotti, responsabile del progetto “Cambiamo Aria”, avverte che senza interventi strutturali sulla mobilità attiva e sul trasporto pubblico, i nuovi standard europei resteranno un miraggio. Ridurre il traffico privato, investire nell’efficienza energetica degli edifici e decarbonizzare i porti non sono opzioni ideologiche, ma il “minimo indispensabile” per proteggere la vita umana.

Continuare a ignorare i dati ufficiali o nascondersi dietro lievi miglioramenti percentuali significa tradire la missione di tutela della salute pubblica. Cambiare aria, nel 2026, non è un auspicio ambientalista bensì una responsabilità immediata verso ogni nostro singolo respiro.

CONDIVIDI

Continua a leggere