13 Marzo 2026
/ 13.03.2026

“Muvuca”: la mossa delle comunità per far rinascere le foreste dai semi mescolati

Muvucavuol dire baraonda, trambusto: si piantano insieme semi di tante specie native differenti per imitare la diversità della foresta e accelerare la rigenerazione di fiumi e torrenti 

In Brasile la parola muvuca vuol dire baraonda, trambusto. In agricoltura, però, quel caos diventa un metodo che sembra efficace: si piantano insieme semi di tante specie native differenti per imitare la diversità della foresta e accelerare la rigenerazione di fiumi e torrenti. È una pratica semplice e comunitaria, che viene usata per cercare di riportare la vegetazione dove era scomparsa, aumentando la capacità di catturare carbonio. E rendendo i nuovi boschi più resistenti al clima che cambia, perché il mix include semi provenienti da aree già adattate a condizioni più calde. 

“Alla fine, la natura lo stava già facendo da sola”, osserva Eduardo Malta, esperto di restauro forestale dell’Instituto Socioambiental (ISA), tra i primi a diffondere il metodo al di là delle prime comunità del Brasile centrale che lo hanno “inventato”. “I piccoli agricoltori di quella regione usavano già la semina diretta nelle loro terre, e i risultati sono stati ottimi. 

La rete di raccoglitori di semi

Il cuore del sistema è la rete di raccoglitori di semi. Migliaia di persone percorrono foreste e campi, selezionano semi di specie native e li vendono a imprese e agricoltori tenuti per legge a reimpiantare aree di vegetazione ripariale. ISA coordina e forma queste reti, trasformando un obbligo di legge spesso disatteso in un’opportunità economica per il territorio. Perché la deforestazione – pur in calo rispetto alla triste era di Jair Bolsonaro – resta un immenso problema: oltre a rilasciare emissioni e distruggere alberi che intrappolano carbonio, erode i suoli. Ad esempio, nelle grandi aziende di soia e allevamento, le fasce forestali lungo i corsi d’acqua dovrebbero essere mantenute: la pratica dimostra che possono esserlo, e che il beneficio si estende ben oltre i confini aziendali.

La prima esperienza strutturata di muvuca è del 2006, nell’area del bacino del fiume Xingu, grande affluente del Rio delle Amazzoni. Lì, le acque contaminate provenienti da aree deforestate e dalle città a monte stavano raggiungendo il Territorio Indigeno Xingu, grande quasi quanto la Sicilia, e abitato da una quindicina di popoli indios. Le comunità avevano già iniziato a seminare direttamente per provare a cambiare la situazione. 

Da allora la pratica della muvuca si è diffusa: più di cento organizzazioni l’hanno adottata, con ISA e altri partner che hanno ripristinato circa 11.000 ettari di terreni degradati, pari all’incirca all’estensione territoriale del Comune di Firenze. Anche colossi come Amaggi, tra i maggiori produttori mondiali di soia, hanno reimpiantato alcune decine di ettari con questo metodo. L’obiettivo è portare a 40.000 gli ettari recuperati entro il 2030. 

Le difficoltà non mancano

La muvuca ha attecchito in Stati e biomi diversi, dalla foresta atlantica di San Paolo al Cerrado di Minas Gerais. Oggi i raccoglitori di semi sono più di 2.500, di cui circa 1.500 vivono in territori indigeni e nelle comunità quilombolas, nate dalla fuga dalla schiavitù in epoca coloniale. Il sostegno arriva da donatori internazionali e locali: Rainforest Foundation Norway, Unione Europea, Bezos Foundation, Good Energies Foundation e Instituto Clima e Sociedade. 

Le difficoltà non mancano. Tra controlli laschi, burocrazia e incertezza legale sull’effettiva proprietà della terra, rinviare gli obblighi legali di riforestazione è ancora troppo facile. Il mercato dei semi di muvuca ne risente: nel solo bacino del Xingu si contano circa 300.000 ettari di zone ripariali degradate da recuperare. “Se riuscissimo ad attuare davvero la legge, il volume di semi necessario per arrivare a quei numeri stimolerebbe la commercializzazione e l’implementazione”, sottolinea Thiago Belote, direttore del dipartimento foreste alla Segreteria Nazionale per Biodiversità, Foreste e Diritti degli Animali del ministero dell’Ambiente e del Cambiamento Climatico.

Un metodo replicabile

La muvuca non è una soluzione magica, ma certamente è un metodo replicabile, inclusivo e scalabile. Funziona perché imita la dinamica naturale: decine (talvolta oltre cento) specie per lotto, alcune a germinazione rapida, altre tardive, che insieme costruiscono una struttura vegetale capace di proteggere il suolo, ombreggiare, trattenere umidità e nutrire la fauna. Riduce i costi rispetto al trapianto di piantine, valorizza la biodiversità locale e si adatta alle condizioni del sito. E costruisce catene di valore comunitarie: raccolta, selezione e vendita dei semi diventano lavoro, spesso il primo reddito stabile in aree rurali e indigene.ISA e Rede de Sementes do Xingu spiegano che una muvuca tipica può includere oltre 120 specie diverse in un anno; in media, circa 80 chili di semi per ettaro possono avviare circa 3.000 piante. Tra i semi più utilizzati le specie frequentemente impiegate ci sono baru, pequi, anacardo, carvoeiro, jatobá, tamboril, tingui, xixá e altre.

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