22 Febbraio 2024
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Cultura, Memoria

Perché il “giorno della memoria” è tutti noi

02.02.2024

La Shoah di ieri, diventata un topos culturale celebrativo nel mondo occidentale, tra retorica, falsa coscienza, ridondanza, banalizzazione, negazionismo, riguarda tutti oggi. I Balcani, il fronte russo, il Medio Oriente in fiamme, oggi e domani. Il Mediterraneo delle speranze negate. Troppe sofferenze, ingiustizie, sperequazioni, disuguaglianze, una Shoah continua.

Troppo abituati al facile e al superfluo. Troppo invischiati nella società dell’edonismo fatuo per accorgerci di quello che è stato. Poi, il Giorno della Memoria appena celebrato il 27 gennaio, vieni assalito da un brivido gelido. E, la sofferenza si rinnova, riallaccia radici profonde. In un lampo comprendi l’incomprensibile: come trasformare l’ascolto, l’amore in chiusura, l’amicizia in odio, il rispetto in rifiuto, la compassione in derisione sprezzante. Tutto nel gelo dell’indifferenza vile. Per arrivare a degradare la dignità e la condizione di altri esseri umani, fino alla distruzione ultima. Sempre più giù, nel baratro dell’insensatezza a raschiare il fondo della natura insanabile dell’offesa. Così, un sentimento millenario avverso di alterità (considerata) perniciosa (l’antisemitismo, il contrasto per il diverso di sempre) si è incarnato nel “nientificio” di una “fabbrica dello sterminio”.

Un crimine inenarrabile. Atroce. Nel tritacarne di una storia fatta anche di connivenze e interessi strumentali sono passati i diritti calpestati di famiglie separate, di figli strappati, tutti spogliati di dignità da altri esseri in divisa, vestiti d’autorità e forza prepotente (ma denudati d’umanità), nello sventolio di svastiche svolazzanti e frenesia farneticante. Uomini e donne, contro uomini e donne. Tra violenze, rastrellamenti, deportazioni, spoliazioni, treni piombati, campi di concentramento. Umiliazioni dettate da gratuita spietatezza prima della discesa negli inferi. Eccoli, i camini fumanti e quel puzzo acre di morte nei lager dell’umanità in frantumi. E davanti agli occhi, annichiliti da tanta gratuita spietatezza, ti appaiono in tutta la loro disarmante nudità quei corpi ammonticchiati, risparmiati alla cenere, e per cercare scampo (senza trovarlo nell’arte che denuncia ma non ricuce) le tinte livide di Picasso (e la sua “Guernica”), a riaprire una ferita insanabile, il buco nero dell’orrore, attraverso quella geometrizzazione di forme impazzite, risucchiate da violenza rapace e prevaricante sofferenza indotta.

E, dopo, ecco arrivare la ricerca storica (non il perdono), la macchina della memoria pronta a incasellare testimonianze e memorie, quasi mai incise sulla pietra, inclini a modificarsi se non a cancellarsi. Quei ricordi pestati sotto i tacchi del silenzio, perché i sopravvissuti tornassero a vivere (da sommersi, come scambio di reingresso nella società) la libertà, prodromo alla coscienza profonda dell’Occidente, in grado di rischiarare la notte buia dell’umanità intera. Conoscere, sapere, denunciare, affinché la memoria esemplare potesse nascere (e continuare a farlo) come istanza generale di giustizia, incarnandosi in una legge impersonale, nella centrifuga della cancellazione (leggi, oblio) da ghettizzare a favore della conservazione dei ricordi, questo sembrava essere lo scenario all’ingresso nel 2001 del “giorno della memoria”.

Accorgendosi, in seguito, che l’indicazione di Primo Levi «Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia», si è scolorita davanti alla ritualità di cerimonie commemorative sempre uguali, incapaci di scardinare la “rendita di posizione ed uno status di vittima” degli ebrei, percepita da larghi strati della società, invischiata nel pregiudizio e in una costruzione della coscienza pubblica ancora di là da venire. Rimane intonso l’invito a perlustrare le zone d’ombra e gli abissi dentro noi stessi, prodromo ad una tragedia non occasionale. Per recuperare senso della vita e dignità perduta.

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