Il cambiamento climatico è qui. L’Europa si riscalda il doppio delle medie globali e la soglia del grado e mezzo è di fatto sostanzialmente raggiunta perchè non si fanno le scelte di mitigazione che servirebbero. Ma i negazionisti, sebbene molto presenti sui social, sono e restano una minoranza, che crede a teorie errate. La risposta viene dalla scienza.
Così Erika Coppola, scienziata del centro Internazionale di fisica teorica Abdus Salam (ICTP) di Trieste, già autrice IPCC nominata coordinatrice del settimo capitolo del primo gruppo di lavoro (WGI) del nuovo rapporto IPCC, il settimo, la cui pubblicazione è attesa per il 2029.
Dottoressa Coppola, lei di cosa di occupa nell’ambito della scienza climatica?
“Di climi regionali. In particolare ho iniziato a creare modelli regionali con scala di un chilometro, quindi ad alta risoluzione. Ho avuto la possibilità di coordinare un progetto internazionale nel quadro di Cordex nel quale, per primi al mondo, abbiamo fatto proiezioni su scala di un chilometro per l’area alpina. Altri ci hanno seguiti e la direzione è quella: previsioni sempre più precise anche spazialmente”.
Un chilometro è una scala estremamente dettagliata.
“Lo è ed è importante farlo perché se queste informazioni devono essere rilevanti per giustificare delle azioni di adattamento al cambiamento climatico, è bene che siano le più dettagliate possibili. Se io dico che aumenteranno gli eventi estremi nella regione del Mediterraneo, questo può voler dire la Catalogna, la Calabria, Cipro, la Puglia o la Tunisia settentrionale. Bene, ma è un’area troppo vasta. Bisogna poter dire se si attendono più eventi estremi sulle Apuane, o sulle alpi bellunesi, a Ischia, o sul Gargano, o sull’appennino forlivese. Su aree molto più piccole, a scala possibilmente comunale. Le nostre simulazioni usano i vari scenari di emissione e il modello globale di risposta della circolazione atmosferica. Producono una curva continua, per un range temporale di 120-130 anni. E così è possibile capire, a seconda delle varie scelte di mitigazione che verranno attuate, come cambierà l’impatto sul territorio, quale sarà il tempo di ritorno di un certo tipo di evento estremo, e quindi il livello di rischio che un territorio dovrà attendersi. Se un amministratore locale non ha tutte le informazioni necessarie, non può fare le scelte di adattamento adeguate”.
Come mai la regione del Mediterraneo è considerata un “hotspot climatico”?
“Come già scrisse il sesto rapporto IPCC, nel capitolo al quale io stessa ho lavorato, il Mediterraneo è una zona particolarmente sensibile al cambiamento climatico. Questo perché è una regione climatica di confine, con un mare quasi chiuso, molto caldo. Le masse d’aria che attraversano questo mare caldo si caricano di vapore acqueo e quando raggiungono le coste dei Paesi rivieraschi provocano sistemi molto carichi di aria umida che scaricano a terra in maniera molto forte. Da qui l’aumento degli eventi estremi. Teniamo anche presente che l’Europa in generale, secondo i dati di Copernicus, si è riscaldata circa il doppio delle medie globali. Altre regioni, ad esempio l’Artico, si scaldano anche di più, mentre i grandi oceani, a causa della loro inezia termica, si scaldano di meno”.
Lei ha ancora speranza che sia possibile rimanere entro il grado e mezzo di riscaldamento, cioè che il target ottimale dell’accordo di Parigi sia ancora raggiungibile?
“Quello che ci dicono le osservazioni è che abbiamo già avuto un superamento temporaneo ma prolungato del grado e mezzo. Un articolo recente pubblicato su Science ci dice che quando andiamo su e giù attorno a una certa soglia di riscaldamento, quello è il momento del quale la soglia di riscaldamento è di fatto raggiunta. In pratica, anche se la soglia non è ancora stabile, ci siamo. Noi sappiamo quanto è il budget di carbonio disponibile, cioè quante emissioni di carbonio possiamo avere, prima di raggiungere gli 1,5 gradi: secondo una stima del 2023, il budget si è ridotto a un terzo rispetto alla disponibilità che eravamo nel 2021. Se non cambia qualcosa, e velocemente, il budget si esaurirà in pochissimi anni. Il problema non è tecnico, è politico. Tecnicamente si può fare la mitigazione che servirebbe per stare entro il grado e mezzo, ma se non vengono fatte le scelte politiche conseguenti per emettere di meno, il target diventa irraggiungibile. E è quel che vediamo”.
Come si diventa coordinating lead author IPCC?
“Ogni nazione ha un Focal point IPCC che raccoglie le nominations. Il Focal point sceglie tra le varie nominations quali mandare avanti ed è poi l’ufficio direttivo dei vari gruppi di lavoro IPCC che decide, sulla base del curriculum scientifico dei candidati, se accettarli o meno e per quali capitoli specifici e con quale ruolo, se autore semplice o coordinatore”.
Come spiegate, voi scienziati che raccogliete dati sempre più espliciti sul cambiamento climatico, la crescente vivacità dei negazionisti, che specialmente sui social sono protagonisti di una vera mobilitazione per negare la crisi climatica?
“Non credo che ci sia una crescente opposizione da parte dell’opinione pubblica, semmai c’è un maggiore attivismo da parte della minoranza che era ed è scettica e si manifesta con particolare forza sui social. Tutte le teorie negazioniste sono completamente infondate e posso assicurare che, se ci fossero delle pubblicazioni scientifiche negazioniste degne di nota e in una quantità apprezzabile, sarebbero prese in considerazione dall’IPCC. Ma così non è. Il 99% della comunità scientifica pubblica in una direzione: il cambiamento climatico in atto è una realtà, ed è largamente causato dall’attività antropica”.