Nell’appello che viene dall’Unione Europea c’è un mix di buon senso e di deficit logico. Il buon senso consiste nel prendere atto della situazione. Dopo il vertice dei ministri dell’Energia, il commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, ha detto che a causa della guerra in Medio Oriente l’Europa si trova ad affrontare una “situazione molto grave” che “durerà nel tempo anche se si arrivasse domani alla pace”.
Di qui l’invito alla riduzione dei consumi energetici: lavorare da casa quando possibile, ridurre i limiti di velocità in autostrada di dieci chilometri l’ora, incentivare il trasporto pubblico, utilizzare mezzi di trasporto alternativi alle auto private, aumentare la condivisione dell’auto e adottare pratiche di guida efficienti. È un invito che contiene una parte di buon senso (alcuni suggerimenti andrebbero accolti a prescindere dall’emergenza), ma solo una parte, altri elementidi un progetto mirato alla sicurezza mancano.
Il deficit logico sta nell’evitare di affrontare di petto il vero nodo da sciogliere: un sistema energetico che segue un modello ad alto impatto ambientale, basato sul largo dominio dei combustibili fossili concentrati in misura determinante nel Medio Oriente. Come si è visto nei giorni scorsi, neppure la corsa Usa allo shale gas, pagata a caro prezzo dal punto di vista ambientale, è servita a mettere il Paese al riparo dagli aumenti alla pompa della benzina.
Il deficit logico
Gli shock energetici che si ripetono puntualmente da più di mezzo secolo dimostrano che l’errore è strutturale: la sicurezza energetica, e dunque la sicurezza sociale, non sono compatibili con la dipendenza da petrolio, gas e carbone. Se poi consideriamo che, nelle pause tra uno shock energetico e l’altro, è cresciuta la consapevolezza del danno quotidiano causato dal consumo dei combustibili fossili che sono la principale causa del disastro climatico in atto, vediamo che il deficit logico, la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo, è il vero responsabile della situazione di drammatica instabilità che stiamo vivendo.
Ora però far finta di niente non è più possibile. La misura del rischio climatico è ormai acclarata in modo definitivo: ne vediamo crescere gli effetti mese dopo mese. E l’Agenzia internazionale dell’energia e l’Unione Europea ci mettono di fronte all’altra faccia della minaccia: il rischio di subire un rallentamento della capacità produttiva tale da minare la stabilità sociale per un tempo non breve. L’Unione europea sta dicendo con chiarezza ai cittadini che la crisi energetica in corso non è destinata a risolversi in poche settimane. Per la prima volta dopo la pandemia, torna esplicitamente sul tavolo una misura che sembrava archiviata: lavorare da casa. La Commissione europea invita a farlo “dove possibile”, insieme a cambiamenti che riguardano comportamenti quotidiani come guidare meno, ridurre i voli, usare di più i mezzi pubblici e condividere l’auto.
L’indipendenza politica
Sono consigli legati in buona parte ai trasporti. E il perché è presto detto: più della metà della domanda globale di petrolio viene dai trasporti. Anche perché è sui trasporti che le resistenze all’innovazione sono state maggiori e in Europa il muro politico delle destre ha rallentato lo sviluppo dei veicoli elettrici facendo perdere competitività al settore. Mentre l’accelerazionesulle rinnovabili ha messo in sicurezza le bollette elettrichedei Paesi europei che hanno preso le distanze dai fossili.
E non è da tralasciare un altro aspetto della questione: i Paesi che hanno maggiore indipendenza energetica sono quelli che possono avere anche maggiore indipendenza politica. Lo dimostra il fatto che la Spagna che ha puntato sulle rinnovabili sia stata la prima a prendere con decisione le distanze dalla guerra di Trump e Netanyahu in Iran. E lo conferma anche la prova del 9: il governo italiano che rallenta la spinta green è anche quello più vicino alla gestione muscolare della Casa Bianca. La questione energetica non è solo energetica.
