14 Aprile 2024
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Arte, Cultura, Memoria

Sulle tracce di Alfonso Gatto

08.03.2024

Quanti ricordi su un poeta e giornalista salernitano, morto l’8 marzo 1976. Legò la sua esperienza milanese alla Galleria d’Arte “L’Annunciata”, per anni una delle più importanti d’Italia.

«Alfonso Gatto? Oltre che essere consigliere, curatore di mostre e del bollettino della Galleria di mio padre Bruno, dalla fine degli anni Trenta sino al Dopoguerra, è stato come una persona di famiglia. Un legame che si è interrotto solo con la sua morte l’8 marzo del 1976». Così raccontava, nel 2021, Sergio Grossetti – scomparso il 22 settembre scorso – classe 1936, figlio di Bruno, fondatore, nel 1939, della Galleria d’Arte L’Annunciata a Milano. Sergio Grossetti è per molti “l’ultimo grande gallerista”. Bastò fare il nome di Alfonso Gatto e gli si aprì una cassetta di sicurezza che tracima di ricordi: «È stato Gatto a suggerire il nome della galleria a mio padre. La bottega di fabbro aveva due aperture, in via Fatebenefratelli e via dell’Annunciata. È un luogo vicino all’Accademia di Brema e gli artisti, giovani, venivano da mio padre che li accoglieva e iniziò a realizzare delle cornici per loro».

Gatto era molto stimato a Milano; aveva vinto vari premi, tra cui il Savini nel 1939. In un libro, Bruno Grossetti, patron della galleria, “Il mercante dell’Annunciata. Confessioni e memorie”, racconta di quegli anni epici, drammatici e avventurosi. La fama di Gatto, che spesso viene dimenticata, ha salvato lui e Grossetti nei mesi precedenti la Liberazione di Milano. Il racconto di Sergio, emozionante e trasparente, fa da eco a quello del padre, riportato nel libro: «Viaggiavano in treno provenienti da Gemonio, in provincia di Varese, dove era lo studio di Salvini, di cui avevano in progetto una mostra. Ad un tratto il treno fu bloccato e, sotto minaccia di mitra, i tedeschi fecero scendere il centinaio di viaggiatori e li rinchiusero prima dell’interrogatorio del giorno dopo. Prigionieri in una camera con un puzzo asfissiante, raccontava mio padre, misero al loro braccio una fascia di riconoscimento, pronti per una sentenza per una indefinibile colpa, mai commessa. Ma l’ufficiale, un tipo d’annunziano che aveva frequentato la galleria, appassionato d’arte e di poesia, aveva in gran conto il nome di Gatto e aveva riconosciuto mio padre. Così fece togliere i bracciali, fece i complimenti al poeta e consegnò un lasciapassare valido per l’Alta Italia. Degli altri non se ne seppe più niente, se non che sarebbe partito, in quelle ore successive alla loro liberazione, un treno con i vagoni piombati».

Gatto e la famiglia sono stati ospiti per mesi nella casa sopra la galleria, che ha chiuso i battenti lo scorso anno, conseguenza anche del Covid e di un’economia in asfissia. La Galleria è stata per anni tra le 5 più importanti d’Italia; nelle sue sale sono passati nomi italiani e stranieri come Carrà, Fontana, Dalì, Picasso e collaboratori come Sinisgalli, Pratolini, Ferdinando Ballo, Solmi, tanto per citarne alcuni. «Di Alfonso Gatto ho dentro la stima e affetto e i racconti anche goliardici di mio padre, ma soprattutto il seguito che aveva di amici e artisti – ebbe a dire Sergio Grossetti – Negli anni che poi Gatto ha trascorso a Firenze e a Roma, ricordo le sue incursioni milanesi. Non mancava mai di venire a salutare e stare un po’ di tempo con mio padre, con me che lo guardavo e sentivo incantato».

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