Quasi 50 miliardi di euro in un solo anno. È questa la cifra che fotografa il peso dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD) in Italia nel 2024 secondo il nuovo report di Legambiente. Parliamo di 48,3 miliardi destinati a sostenere, direttamente o indirettamente, attività legate alle fonti fossili e a modelli produttivi inquinanti. Un dato in aumento rispetto all’anno precedente e che, se allargato lo sguardo, assume contorni ancora più significativi: negli ultimi quindici anni la spesa complessiva ha raggiunto almeno 436 miliardi di euro.
Numeri che raccontano una contraddizione evidente: mentre si moltiplicano gli impegni per la decarbonizzazione, una quota consistente di risorse pubbliche continua a sostenere il sistema energetico tradizionale.
Il nodo della trasparenza: conti che non tornano
Ma il problema, sottolinea l’associazione, non è solo quanto si spende. È anche come si contano questi sussidi. Il Catalogo ufficiale del Ministero dell’Ambiente, che dovrebbe offrire una fotografia completa, presenta – denuncia Legambiente – lacune rilevanti. Ci sono voci non quantificate, altre completamente assenti e discrepanze con i dati della Ragioneria dello Stato. In totale, quasi 12 miliardi di euro non risultano contabilizzati. A questi si aggiungono oltre 377 milioni di euro di differenze inspiegate e, soprattutto, 26,4 miliardi classificati come “sussidi ambientalmente incerti”: risorse che sostengono contemporaneamente attività dannose e innovazione, ma che restano fuori da qualsiasi piano di revisione.
Il risultato è un quadro frammentato, in cui la reale dimensione del problema rischia di essere sottostimata. E senza una base solida, qualsiasi strategia di riduzione diventa difficile.
Il caso simbolo: le royalties sul gas
Tra le criticità emerge un esempio emblematico: le esenzioni sulle royalties per l’estrazione di gas. Nei documenti ufficiali compaiono con un valore invariato di 5 milioni di euro per cinque anni consecutivi, indipendentemente dalla produzione effettiva o dall’andamento del mercato.
Un dato che, più che una stima, sembra una cifra “congelata”, e che alimenta dubbi sulla qualità del monitoraggio. Anche perché, secondo Legambiente, il sistema nel suo complesso ha generato centinaia di milioni di euro di mancati introiti per lo Stato rispetto ad altri Paesi.
La fetta più consistente dei SAD riguarda il settore energetico, con oltre 14 miliardi di euro. Qui pesano soprattutto le agevolazioni fiscali, le quote gratuite del sistema ETS e il sostegno pubblico a infrastrutture fossili. Seguono edilizia e trasporti, con cifre rispettivamente attorno ai 9 e agli 8,7 miliardi. Anche agricoltura e pesca contribuiscono, seppur in misura minore, a un quadro complessivo che attraversa trasversalmente l’economia italiana.
Quanto si può recuperare
Secondo le stime del report, una parte consistente di queste risorse potrebbe essere riallocata. Circa 23 miliardi di euro sarebbero eliminabili e altri 25 potrebbero essere rimodulati entro il 2030. Cioè quasi 50 miliardi che potrebbero essere spostati verso investimenti in rinnovabili, efficienza energetica, welfare e innovazione. Non bruscolini, soprattutto in una fase in cui la sicurezza energetica è tornata al centro del dibattito internazionale.
Legambiente chiede al Governo un cambio di passo netto. La proposta è definire un piano nazionale per eliminare e rimodulare i sussidi dannosi entro il 2030, correggere le criticità del Catalogo e riformare il sistema fiscale ed energetico secondo il principio “chi inquina paga”. Sul tavolo anche la revisione degli oneri in bolletta, il rafforzamento degli incentivi per l’efficienza degli edifici e il riallineamento delle politiche energetiche agli obiettivi europei.
Una questione che va oltre l’ambiente
Il tema non riguarda solo il clima. In gioco ci sono anche la stabilità economica e il costo dell’energia per famiglie e imprese. Continuare a sostenere le fossili significa restare esposti alla volatilità dei mercati internazionali, come dimostrano le tensioni geopolitiche degli ultimi anni.
Il paradosso è evidente: mentre si spendono miliardi per calmierare le bollette, se ne investono altri per mantenere in vita il sistema che rende instabiliquelle bollette.
