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Esteri

USA-Cina, la pace che mette nel mirino Putin

17.11.2023

Biden non si trattiene sulla figura di Xi Jinping dopo il vertice. Le due potenze che valgono quasi la meta del potere produttivo mondiale vogliono la pace, ma le intenzioni di Biden sono altro. Un nuovo bipolarismo che prevede nel contraltare Pechino e non più Mosca.

Il mondo è abbastanza grande da ospitare le due superpotenze Stati Uniti e Cina. Il messaggio rivolto da Xi Jinping a Biden è chiarissimo e riassume tutti i significati dell’incontro tra i due presidenti. Il primo, senz’altro in questo momento di tensioni, è  la pace, o almeno l’equilibrio competitivo tra i due paesi che, insieme, valgono quasi il 40% del prodotto mondiale. Nella visione cinese non c’è bisogno di scontrarsi, ma solo di accordarsi sui confini delle rispettive zone d’influenza. Una sorta di ritorno al bipolarismo che dal 1945 ha retto il mondo per circa mezzo secolo, ma con una differenza cruciale: il contraltare di Washington non è più Mosca, ma Pechino.

Sempre una potenza comunista e non democratica, come ha detto Biden suscitando le ire di Xi, ma comunque un nuovo equilibrio. Il corollario è la certificazione dell’irrilevanza della Russia, la cui incapacità di vincere in Ucraina ha certificato la fragilità della via muscolare al potere. Se il sogno dell’unipolarismo americano è finito, non c’è alcuna possibilità di un tripolarismo con un posto per la Russia.

La nuova pace sarà dinamica, perché nulla lascia immaginare la rinuncia alle pretese su Taiwan o alla promessa di difenderla, ma la compenetrazione delle due economie – con gli USA che comprano ciò che il mercato cinese non potrebbe assorbire e la Cina che produce ciò che l’industria americana non può più fare a basso costo – è la garanzia di un interesse comune che con la Russia si stenta ormai a trovare. Non a caso, Biden ha mostrato a Xi un iPhone, l’iconico cellulare «designed in California, made in China» che riassume il legame di reciproca dipendenza.

Biden, affiancato dal fido segretario di Stato Antony Blinken, la cui faccia tiratissima tradisce la fatica degli ultimi mesi, si appunta più di una medaglia. La prima, quella del dinamismo, è una risposta implicita a chi lo vorrebbe troppo vecchio per l’incarico. E invece viaggia, dall’Ucraina a Israele, fino in Cina, trattando in prima persona i temi delicati per tirare fuori gli USA dall’angolo in cui li aveva cacciati Trump. «America is back!», come aveva promesso Biden il primo giorno della sua presidenza. Una scommessa difficile, visto il danno di credibilità, ma che sembra ogni giorno di più vicina a essere vinta.

Almeno fino al novembre 2024, quando gli americani saranno chiamati alle urne presidenziali e diranno quanto è importante la politica estera rispetto alle sfide interne di un paese sempre più polarizzato. Quanto importa degli equilibri di forza ai confusi giovani filo-Hamas della Columbia University, ai metalmeccanici di Detroit, ai pensionati conservatori della Florida? Perché il parametro per misurare il vero successo della diplomazia americana sarà la capacità di tenere la barra dritta come saprà fare il regime cinese.

Il ritorno al potere di Donald Trump, più livoroso e squilibrato che mai, ridurrebbe la missione a visita turistica, riaprendo tavoli che sembravano avviati a chiusura. Insomma, la vera fine di questo articolo la scriveremo tra un anno.

Credito fotografico: Askanews

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