Basta con i PFAS. Una loro graduale e progressiva eliminazione è la strategia migliore per risolvere i problemi legati al loro utilizzo. E stavolta a dirlo non sono più solo ambientalisti e qualche ricercatore illuminato. Utilitalia, la Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia; Legambiente e Consumers’ Forum, che riunisce associazioni dei consumatori e imprese del settore, hanno presentato ieri un Manifesto dal titolo chiarissimo: “Verso l’eliminazione dei PFAS“.
“I PFAS, un gruppo di oltre 10 mila sostanze chimiche sintetiche utilizzate per la produzione di materiali resistenti e durevoli, sono ampiamente presenti in rivestimenti e prodotti di uso quotidiano – spiega una nota congiunta – La loro elevata stabilità chimica li rende persistenti nell’ambiente e difficili da degradare, con conseguenze rilevanti per la salute dei cittadini e per la gestione dei servizi pubblici. Negli ultimi anni, diverse istituzioni internazionali hanno definito linee guida sempre più stringenti per limitarne la diffusione, introducendo valori limite e misure di contenimento”.
Il Manifesto propone sette gruppi di azioni concrete per superare la presenza dei PFAS. La prima e fondamentale è “l’eliminazione e la sostituzione dei PFAS in tutti i prodotti nei quali esistono soluzione alternative valide, favorendo un quadro normativo di medio-lungo periodo che, attraverso l’attuazione di una restrizione rapida e completa con esenzioni rigorosamente limitate nel tempo, possa orientare anche l’innovazione industriale verso soluzioni sicure e sostenibili”. Secondo punto essenziale è ribadire il principio “chi inquina paga” affinché “i costi legati alla gestione e al trattamento dei PFAS non ricadano ingiustamente sulla collettività”. Vi sono poi “la ricerca di alternative sicure ai PFAS, tenendo conto delle prestazioni, della tutela della salute umana e dell’ambiente e delle innovazioni offerte dal mercato”, lo “sviluppo di soluzioni tecnologiche e il sostegno alla ricerca per la riduzione e l’abbattimento dei PFAS nei sistemi di trattamento delle acque e dei rifiuti” e “il sostegno a percorsi di transizione per il sistema industriale e i gestori di servizi anche attraverso strumenti finanziari dedicati”. Il Manifesto chiede anche “la promozione di un’ambiziosa armonizzazione delle normative a livello europeo basata sul principio di precauzione e sulle conoscenze aggiornate del quadro REACH (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche), che rimane uno degli strumenti più efficaci dell’UE per la gestione del rischio chimico”.
“I gestori del servizio idrico – spiega Barbara Marinali, vicepresidente vicario di Utilitalia e presidente del consiglio di amministrazione di Acea – monitorano costantemente la presenza dei PFAS nelle acque che distribuiscono e hanno avviato investimenti importanti per il loro abbattimento, avvalendosi delle migliori tecnologie disponibili a tutela della salute pubblica. Con questo Manifesto, la Federazione intende sostenere l’impegno degli operatori del servizio idrico nella gestione di un problema la cui soluzione non può che essere la prevenzione. Sono necessarie l’eliminazione totale dei PFAS e l’applicazione del principio ‘chi inquina paga’: i costi non possono ricadere esclusivamente sugli operatori dei servizi idrici, quindi sulle tariffe a carico dei cittadini”.
“Il Manifesto rappresenta per Legambiente un nuovo e importante punto di partenza: l’avvio di una collaborazione che rafforza e rinnova l’impegno dell’associazione nel contrastare la piaga dei PFAS, in piena continuità con le vertenze che da anni portiamo avanti nei territori maggiormente colpiti”, dice da parte sua Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente. “Vogliamo trasformare l’esperienza maturata sul campo in un’azione condivisa e capace di incidere in modo strutturale, assumendoci una responsabilità chiara verso comunità, ambiente e generazioni future. Al centro resta un principio per noi imprescindibile: ‘chi inquina paga’, perché i costi dell’inquinamento non possono ricadere sui cittadini ma su chi ha generato il danno”.
“Come Consumers’ Forum”, evidenzia il presidente Furio Truzzi, “siamo molto felici di promuovere l’adesione al Manifesto dei nostri soci che lo desiderano e delle associazioni dei Consumatori del CNCU e imprese non associate che lo vorranno. Lo scopo comune, insieme a Utilitalia e Legambiente, è quello di contribuire a diffondere la sostenibilità ambientale e sociale e nella tutela dei diritti dei cittadini, promuovendo iniziative comuni per ridurre e sostituire i PFAS, consapevoli che la portata di questa sfida richieda il contributo più ampio possibile”.
L’UE è in prima fila nel controllo dei PFAS. Dal 2009, il regolamento sui POP limita l’uso di PFOS; in seguito sono stati inclusi anche PFOA e PFHxS. Dal 2023, l’ECHA . su richiesta di Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia – sta valutando il divieto di 10.000 composti PFAS; la valutazione tecnica sarà conclusa entro la fine del 2026 dopodichè spetterà alla Commissione una valutazione di merito. Se il divieto verrà approvato, la produzione e l’uso di PFAS saranno gradualmente vietati in diversi settori e in base alla presenza di alternative valide (con tempi di transizione che vanno dai 18 mesi ai 12 anni). Ma ovviamente le aziende che li producono e interi settori industriali, e varie organizzazioni industriali di settore che le rappresentano, sono contrari. L’UE ha intanto fissato un limite massimo di 0,5 µg/l per tutti i PFAS nell’acqua potabile e intende aggiungere vari PFAS alle sostanze controllate rilasciate nelle acque. La battaglia sui PFAS è appena cominciata.
