Un arcipelago di appena trecentomila abitanti nel Pacifico è riuscito a portare al centro della diplomazia internazionale uno dei nodi più delicati della crisi climatica: la responsabilità dei Paesi per i danni provocati dal riscaldamento globale.
Vanuatu ha promosso alle Nazioni Unite una nuova iniziativa che punta a rafforzare il principio secondo cui gli Stati hanno obblighi giuridici nel proteggere il clima. Una mossa che ha già provocato tensioni con gli Stati Uniti e con altri grandi produttori di combustibili fossili.
L’obiettivo del piccolo Stato insulare è trasformare in azione politica un passaggio considerato storico. Nel 2025 la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha stabilito che i governi hanno un dovere legale di prevenire i danni ambientali causati dal cambiamento climatico. Questa interpretazione apre potenzialmente la strada a richieste di risarcimento da parte dei Paesi più vulnerabili, che spesso subiscono gli effetti più gravi del riscaldamento globale pur avendo contribuito in minima parte alle emissioni.
La proposta di risoluzione all’ONU
Partendo da questo precedente, Vanuatu ha presentato una risoluzione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che invita gli Stati ad allineare le proprie politiche agli obiettivi climatici internazionali e a rafforzare l’azione contro il riscaldamento globale. Il testo richiama la necessità di ridurre rapidamente le emissioni e di accelerare la transizione energetica per mantenere l’aumento della temperatura globale entro la soglia di 1,5 gradi prevista dall’Accordo di Parigi.
La proposta si inserisce in un percorso diplomatico portato avanti da anni dai piccoli Stati insulari del Pacifico, che cercano di trasformare il tema della crisi climatica in una questione di responsabilità internazionale e di tutela dei diritti delle popolazioni più esposte agli impatti ambientali.
Le pressioni degli Stati Uniti
Il cammino della risoluzione si è però rivelato tutt’altro che semplice. Secondo fonti diplomatiche citate da diversi media internazionali, Washington avrebbe esercitato pressioni su Vanuatu e su altri governi per fermare l’iniziativa o ridimensionarne la portata. La preoccupazione di fondo è che un rafforzamento del principio di responsabilità climatica possa aprire la strada a nuovi contenziosi e a richieste di compensazione economica nei confronti delle grandi economie industrializzate.
Per evitare uno scontro diretto e cercare di mantenere un consenso più ampio, Vanuatu ha accettato alcune modifiche al testo. Tra queste la rimozione di un riferimento alla creazione di un registro internazionale dei danni climatici, che avrebbe potuto documentare e quantificare le perdite subite dai Paesi colpiti da eventi estremi.
Le isole in prima linea nella crisi climatica
Al di là del confronto diplomatico, l’iniziativa riflette una realtà molto concreta. Le nazioni insulari del Pacifico sono tra le più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale. L’innalzamento del livello del mare minaccia le coste e le infrastrutture, mentre cicloni tropicali sempre più intensi mettono a dura prova economie già fragili.
Vanuatu è spesso citato come uno dei simboli di questa esposizione. Nel 2015 il ciclone Pam devastò gran parte dell’arcipelago causando danni economici pari a oltre la metà del prodotto interno lordo del Paese. Episodi simili stanno diventando sempre più frequenti nella regione, alimentando il timore che alcune comunità possano diventare inabitabili nel corso delle prossime decadi.
Per i Paesi del Pacifico la crisi climatica non è soltanto un problema ambientale, ma una questione di equità globale. Le nazioni che hanno contribuito di più alle emissioni storiche di gas serra sono spesso molto lontane dalle aree più colpite dagli impatti del cambiamento climatico.
La risoluzione promossa da Vanuatu mira proprio a rafforzare questo principio: chi ha una maggiore responsabilità nelle emissioni dovrebbe assumersi un ruolo più forte nella riduzione dei gas serra e nel sostegno economico ai Paesi vulnerabili.
Un voto che può pesare sul futuro
La proposta ha già ottenuto il sostegno di numerosi governi, tra cui diversi Paesi europei e molti Stati in via di sviluppo. Il voto all’Assemblea generale dell’Onu sarà quindi osservato con grande attenzione, perché potrebbe rappresentare un passo importante nel tentativo di trasformare gli impegni climatici in obblighi più stringenti.
Se la risoluzione venisse approvata con un ampio consenso, rafforzerebbe ulteriormente l’idea che la crisi climatica non riguarda soltanto l’ambiente ma anche il diritto internazionale e le responsabilità degli Stati. E sarebbe il risultato di una pressione diplomatica partita da uno dei luoghi del mondo che ha contribuito meno alla causa del problema ma rischia di pagare il prezzo più alto.
