23 Gennaio 2026
/ 22.01.2026

Niente dazi all’Ue, l’Europa alza la testa e frena Trump

Dopo Davos svanisce l’illusione del patto lampo e Bruxelles rivendica un ruolo politico sull’Artico. Sui dazi tregua fragile, sulla Groenlandia solo un negoziato ancora tutto da scrivere

Quella che a Davos era sembrata una svolta improvvisa, oggi assomiglia sempre più a una tregua armata. Il discorso di Donald Trump, che aveva gelato il Forum con la minaccia di dazi punitivi contro l’Europa, non si è tradotto – almeno per ora – in una rottura frontale. Ma neppure nell’accordo “storico” che il presidente americano ha rivendicato a caldo. Dietro la narrazione muscolare della Casa Bianca, il quadro è molto più sfumato: l’intesa sulla Groenlandia non è chiusa, i contorni restano opachi e, soprattutto, l’Europa ha iniziato a drizzare la schiena.

Davos non è stato il luogo di un baratto concluso, ma l’inizio di un processo ancora aperto.

L’Europa non è più solo spettatrice

Se nelle prime ore dopo il faccia a faccia tra Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte era sembrato che tutto si fosse risolto lungo l’asse Washington–Alleanza Atlantica, col passare dei giorni è emersa una dinamica diversa. Bruxelles ha fatto sapere, con toni meno accomodanti del passato, che qualsiasi discussione sull’Artico e sulla Groenlandia non può essere ridotta a un dossier Nato gestito in solitaria dagli Stati Uniti.

La Commissione europea e diverse capitali hanno rivendicato un ruolo politico diretto: la Groenlandia è territorio danese, quindi europeo, e ogni modifica sostanziale dell’assetto di sicurezza coinvolge l’Ue come attore strategico, non come semplice ratificatore di decisioni altrui. È un cambio di postura significativo rispetto agli anni in cui l’Europa appariva paralizzata tra dipendenza militare e timore di ritorsioni commerciali.

Il messaggio, stavolta, è più netto: cooperazione sì, ma non sotto ricatto.

Meno Rutte, più Europa

Anche il ruolo di Mark Rutte viene ridimensionato. Il segretario generale della Nato resta un facilitatore, ma non il garante politico di un’intesa che, nei fatti, non esiste ancora. La cornice atlantica è una delle opzioni sul tavolo, non l’unica. E soprattutto non può sostituirsi al confronto tra Washington, Bruxelles, Copenaghen e Nuuk.

L’idea che il “patto” sulla Groenlandia sia stato siglato a Davos si scontra con una realtà molto più prudente: non c’è un testo, non ci sono impegni vincolanti, non è chiaro quali capacità militari verrebbero installate, né quale grado di controllo operativo pretenderebbero gli Stati Uniti. Parlare di accordo definitivo, oggi, è prematuro.

Un’intesa dai confini incerti

La seconda grande variabile è proprio questa: l’accordo potrebbe non vedere mai la luce. Le dichiarazioni trionfalistiche di Trump – affidate come sempre a Truth – descrivono un quadro “che varrà per sempre”, ma a Washington come in Europa si ammette sottotraccia che siamo nel mezzo di una negoziazione complessa, esposta a stop and go politici.

Il progetto del cosiddetto “Golden Dome“, la cupola di difesa missilistica sull’isola, resta un’ipotesi. Non è stato chiarito se si tratterebbe di un’estensione di assetti Nato, di una presenza esclusivamente americana o di una formula ibrida. Ancora più nebuloso è il punto centrale: cosa avrebbero davvero gli Stati Uniti e cosa concederebbero Danimarca ed Europa in cambio dello stop ai dazi.

Il ricatto funziona meno di prima

In questo contesto, la minaccia commerciale perde parte della sua efficacia. L’Europa non ignora il peso dell’economia americana, ma non accetta più che sicurezza, commercio e sovranità territoriale vengano fusi in un unico strumento di pressione. È qui che si inserisce il segnale politico più rilevante emerso dopo Davos: la disponibilità europea a trattare sull’Artico non è incondizionata.

La Groenlandia resta un nodo strategico cruciale, ma non il prezzo da pagare per evitare una guerra commerciale. Se un’intesa ci sarà, passerà da un negoziato multilaterale, lento e tecnicamente complesso. Se salterà, non sarà l’Europa a rompere il tavolo per prima.

Per ora, più che una svolta, Davos ha certificato una fase di transizione: meno annunci, più attrito. E un’Europa che, riprendendo un adagio recentissimo del premier canadese Mark Carney, prova a non finire nel menu.

CONDIVIDI

Continua a leggere