L’energia rinnovabile in Italia non manca di idee, né di investimenti. Mancano piuttosto i tempi. O meglio: la loro prevedibilità. Il risultato è una lunga fila di progetti in attesa di autorizzazione che rischia di rallentare la transizione energetica proprio mentre il contesto internazionale rende sempre più evidente la fragilità della dipendenza dai combustibili fossili.
Il quadro emerge dal nuovo report “Scacco Matto alle rinnovabili” di Legambiente, presentato alla fiera KEY – The Energy Transition Expo di Rimini. Secondo l’associazione, a gennaio 2026 in Italia risultano 1.781 progetti di impianti rinnovabili in fase di valutazione, ma quasi sette su dieci sono ancora bloccati nell’iter tecnico. In numeri: il 69,3% attende la conclusione dell’istruttoria VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) legata al PNRR e al Piano energia e clima.
Una coda burocratica che in alcuni casi assume dimensioni quasi surreali: tra i progetti ancora in attesa figurano parchi eolici offshore presentati oltre dieci anni fa.
Progetti fermi e autorizzazioni senza fine
Non è soltanto la fase tecnica a rallentare il settore. Secondo il report, 160 progetti attendono ancora una decisione della Presidenza del Consiglio, mentre 88 risultano bloccati da pareri delle istituzioni competenti per i beni culturali, in gran parte dal Ministero della Cultura.
Il risultato è una frizione tra amministrazioni che spesso esprimono valutazioni divergenti rispetto agli organismi tecnici incaricati di analizzare gli impatti ambientali. In mezzo rimangono investimenti, territori e imprese.
Un esempio emblematico arriva dalla Campania: ad Ariano Irpino un progetto eolico da 23 MW previsto su un’ex cava e discarica è stato respinto per un vincolo archeologico. Un dettaglio che non aveva impedito, negli anni dell’emergenza rifiuti, l’utilizzo dello stesso sito come area di smaltimento.
Il calo dei nuovi progetti
Il segnale più preoccupante non riguarda però solo i ritardi. Nel 2025 il numero di nuovi progetti sottoposti a valutazione ambientale è crollato del 75%, passando da oltre 600 richieste nei due anni precedenti a appena 149 nuove istanze.
Una frenata che racconta un clima di crescente incertezza normativa. Se i tempi autorizzativi diventano imprevedibili, molte iniziative semplicemente non partono.
Il paradosso è evidente: mentre l’Italia fatica a far decollare nuovi impianti, l’Europa accelera. Nel 2025 eolico e solare hanno generato oltre il 30% dell’elettricità europea, superando per la prima volta le fonti fossili. Anche l’Italia contribuisce alla crescita, con circa 65,7 TWh prodotti da rinnovabili, ma resta lontana dal ritmo necessario per centrare gli obiettivi al 2030.
I nodi da sciogliere
Secondo Legambiente il Paese dovrebbe installare oltre 11 gigawatt di nuova potenza rinnovabile ogni anno per rispettare gli impegni climatici. Un traguardo tecnicamente raggiungibile, ma difficile con l’attuale macchina amministrativa.
Tra le proposte avanzate nel rapporto ci sono procedure più snelle per gli impianti, il rafforzamento degli uffici tecnici regionali e una definizione più chiara delle aree idonee. L’idea è semplice: stabilire regole e tempi certi, evitando che ogni progetto si trasformi in un percorso imprevedibile.
Allo stesso tempo l’associazione propone di privilegiare aree già compromesse — ex cave, siti industriali dismessi, infrastrutture stradali o ferroviarie — per ridurre i conflitti con il paesaggio e con l’agricoltura.
Quando la transizione funziona
Non mancano, però, i segnali positivi. Alcuni progetti dimostrano che la transizione energetica può convivere con tutela del territorio e sviluppo locale.
È il caso del Tyrrhenian Link, il collegamento elettrico sottomarino che collegherà Sicilia, Sardegna e penisola facilitando l’integrazione delle rinnovabili nella rete. Oppure del parco solare realizzato a Cancello ed Arnone, in Campania, dove durante i lavori è emersa una villa romana successivamente valorizzata senza fermare l’impianto.
Esempi che raccontano un punto spesso dimenticato nel dibattito: il problema delle rinnovabili in Italia non è la tecnologia.
