Metà degli europei non riesce a capire se quello che legge sul clima sui social sia vero o falso a causa di campagne mediatiche costruite a tavolino. A questo problema, ormai epidemico, la Commissione europea ha deciso di rispondere con un kit di strumenti – la campagna #ClimateFactsMatter – realizzata insieme all’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) e al laboratorio EU DisinfoLab.
Il dato viene dall’ultimo Eurobarometro speciale sui cambiamenti climatici, pubblicato nel 2025: il 49% dei cittadini UE dichiara di avere difficoltà a distinguere online le informazioni affidabili sul clima da quelle false. Il 52% ritiene che i media tradizionali del proprio Paese non spieghino chiaramente cause e impatti della crisi climatica.
Climate disinformation is not always easy to spot.
— LIFE Programme (@LIFEprogramme) March 4, 2026
Sometimes it’s shared by people who present themselves as “experts” but don’t have recognised expertise in the field.
Real expertise is transparent and backed by evidence. Your questions are a strength. #ClimateFactsMatter pic.twitter.com/AW89sumF0I
Oltre il negazionismo
Negare l’esistenza del riscaldamento globale è diventato difficile mentre le estati si fanno più calde e le alluvioni più frequenti. Chi produce disinformazione lo sa, e ha cambiato tattica: oggi non si nega il fenomeno, si semina dubbio sulla sua gravità, sull’origine umana, sull’efficacia delle soluzioni. Argomenti più morbidi, li chiama la stessa Commissione europea, ma non meno pericolosi.
EDMO e EU DisinfoLab documentano ogni mese questa casistica in evoluzione. Le narrative cambiano forma seguendo l’agenda politica: quando si discute di regolamentazione delle emissioni compaiono “studi” che ne contestano l’efficacia economica; quando si parla di rinnovabili circolano contenuti che enfatizzano i problemi e minimizzano i progressi. Il meccanismo è lo stesso: dati reali decontestualizzati, amplificati via social, e l’algoritmo fa il resto.
Cinque mosse per non abboccare
Il kit #ClimateFactsMatter propone cinque indicatori pratici.
Primo: la disinformazione climatica raramente inventa cifre, le seleziona. Un dato reale isolato dal contesto può sostenere qualsiasi narrativa. Controllare più fonti attendibili, dall’IPCC a Copernicus, è il modo più rapido per vedere il quadro intero.
Secondo: molti “esperti” che circolano online non hanno le credenziali che dichiarano, o le hanno in campi lontani dalla climatologia. Verificare chi parla e chi lo finanzia richiede pochi minuti.
Terzo: se un contenuto fa arrabbiare o spaventa in modo sproporzionato, vale la pena fermarsi. Il linguaggio emotivo è lo strumento più collaudato per aggirare il ragionamento critico e spingere alla condivisione impulsiva.
Quarto: il cambiamento climatico non ha soluzioni rapide e indolori. Chi le propone sta quasi certamente semplificando un problema che non ha confini.
Quinto, il più nuovo: le immagini generate dall’intelligenza artificiale – disastri mai avvenuti, tecnologie inesistenti – sono sempre più usate nella disinformazione climatica. Ingrandire i dettagli o fare una ricerca inversa dell’immagine prima di condividere può aiutare a sbugiardare l’ennesima bufala climatica.
I numeri che non si muovono
L’IPCC ha concluso in modo inequivocabile che le emissioni umane di gas serra hanno causato il riscaldamento in atto. Il programma Copernicus certifica che l’Europa si scalda a velocità doppia rispetto alla media globale. L’Agenzia europea dell’ambiente ha registrato una riduzione del 37% delle emissioni UE dal 1990: un risultato reale, sistematicamente oscurato dal rumore della disinformazione.
L’85% degli europei considera i cambiamenti climatici un problema serio, dice sempre l’Eurobarometro. Una percentuale altissima, che però coesiste con quella del disorientamento online, che riguarda quasi uno europeo su due. Non è una contraddizione: si può essere convinti che il problema esista ed essere ugualmente vulnerabili alle narrative che confondono le soluzioni o alimentano impotenza. È l’obiettivo di chi produce disinformazione.
Alfabetizzazione come antidoto
Attorno a #ClimateFactsMatter la Commissione ha costruito un ecosistema più ampio: EuroClimateCheck per il fact-checking continuo, l’Accademia UE per l’azione per il clima, un kit didattico per le scuole secondarie, il programma Creative Media per l’alfabetizzazione mediatica transfrontaliera. Sul piano normativo, il Digital Services Act impone alle piattaforme obblighi di trasparenza sugli algoritmi, ma i tempi della regolamentazione faticano a tenere il passo con quelli dell’evoluzione tecnologica.
Quel 52% di europei che non si fida dei media tradizionali sulla comunicazione climatica dice anche qualcosa al giornalismo: occorre costruire fiducia con linguaggio chiaro e una narrazione che non oscilli tra catastrofismo e indifferenza. La disinformazione climatica è una strategia per rallentare politiche che disturbano interessi consolidati. Il kit europeo non la fermerà, ma può dare ai cittadini gli strumenti per riconoscerla.
