Quando si parla di guerra, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle vittime civili, sulle città distrutte, sugli ospedali colpiti e sulle infrastrutture rase al suolo. Ma c’è un altro fronte, meno visibile e spesso trascurato: quello dell’ambiente. Le guerre moderne, soprattutto quando colpiscono infrastrutture energetiche e industriali, possono generare disastri ambientali su scala regionale, con effetti che continuano molto dopo la fine dei combattimenti.
Uno degli esempi più drammatici resta quello degli incendi dei pozzi petroliferi del Kuwait nel 1991. Durante la ritirata dalla Guerra del Golfo, le truppe irachene diedero fuoco a più di seicento pozzi petroliferi. Per mesi il cielo sopra il Golfo Persico fu oscurato da enormi colonne di fumo nero, visibili anche dallo spazio.Fu uno dei più grandi episodi di inquinamento atmosferico mai causati da un conflitto armato. Migliaia di tonnellate di fuliggine, particolato fine, anidride solforosa, ossidi di azoto e idrocarburi tossici furono rilasciati nell’atmosfera e trasportati su vaste aree della regione.
Gli effetti immediati furono evidenti. Militari e popolazioni esposte lamentarono tosse, irritazione agli occhi, difficoltà respiratorie e altri sintomi legati all’inalazione di fumi tossici. L’aria in alcune zone divenne quasi irrespirabile.
Ma il disastro non riguardò solo l’aria. Contemporaneamente milioni di barili di petrolio furono riversati nel Golfo Persico, contaminando coste, fondali marini ed ecosistemi costieri. Intere zone del deserto kuwaitiano furono ricoperte da laghi di greggio e da una crosta di sabbia e petrolio solidificato.
Quella catastrofe dimostrò per la prima volta su larga scala come la guerra possa produrre danni ambientali complessi: non solo distruzione immediata, ma contaminazione persistente di aria, acqua e suolo.
Le conseguenze sanitarie di lungo periodo sono difficili da misurare con precisione scientifica. Gli studi epidemiologici hanno documentato con chiarezza gli effetti respiratori acuti, mentre le prove di un aumento consistente di malattie croniche restano più incerte, anche per le difficoltà nel ricostruire l’esposizione reale delle popolazioni.
Ma una cosa è chiara: l’inquinamento generato da conflitti di questa portata può rimanere nell’ambiente per anni, con effetti che si estendono ben oltre la durata della guerra. E oggi il Medio Oriente rischia di trovarsi di fronte a uno scenario che ricorda quello del Kuwait.
Nel conflitto che Stati Uniti e Israele hanno iniziato contro l’Iran, attacchi contro depositi di carburante, raffinerie e infrastrutture energetiche hanno già provocato incendi e nubi di fumo tossico sopra alcune città. Le sostanze rilasciate dagli incendi possono depositarsi su suolo e acque, entrare nella catena alimentare e contaminare ecosistemi per anni.
In una regione come il Golfo, dove milioni di persone dipendono dagli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare per l’approvvigionamento di acqua potabile, l’inquinamento marino rappresenta inoltre una minaccia diretta alla sicurezza idrica.
È una dimensione della guerra di cui si parla ancora troppo poco. La contaminazione dell’ambiente può durare decenni. Suoli agricoli possono diventare inutilizzabili. Falde acquifere possono restare contaminate a lungo. Ecosistemi marini e terrestri possono impiegare generazioni per recuperare.
Per questo sempre più esperti parlano di una vera e propria “eredità tossica” dei conflitti armati. Il caso del Kuwait lo dimostra con forza: un evento durato pochi mesi ha richiesto anni di bonifiche ambientali e miliardi di dollari di interventi per tentare di ripristinare territori devastati.
Eppure, nonostante queste lezioni, le infrastrutture energetiche continuano a diventare bersagli militari nei conflitti contemporanei.
La guerra non uccide solo con le bombe. Avvelena l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e la terra da cui dipende la nostra sopravvivenza. E mentre le città possono essere ricostruite, un ambiente contaminato può segnare la salute di intere popolazioni per generazioni.È forse questa la dimensione più sottovalutata della guerra. Ma anche una delle più pericolose per il futuro.
*Roberto Bertollini, già Direttore Scientifico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Europa
