La chiamano fatalità, e si aggrappano puntualmente all’alibi del clima impazzito. Ma quando Roma finisce sott’acqua, con disagi sulle strade e nelle metro, la crisi climatica è soltanto una complice. Perché il vero mandante del collasso idrogeologico che paralizza ciclicamente la capitale non piove dal cielo, ma è letteralmente sepolto sotto i piedi. Un disastro strutturale, ampiamente annunciato, figlio di decenni di cementificazione incontrollata che hanno progressivamente sigillato la città. E ora l’acqua delle piogge che sì, sono più violente, non ha più luogo dove andare, e si accumula nelle strade.
Una trasformazione del territorio, questa, che è certificata dai dati: secondo l’ultima edizione del Rapporto sul consumo del suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici elaborato dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’Italia sta perdendo il proprio patrimonio naturale a una velocità impressionante.
In particolare, i dati nazionali delineano uno scenario in cui continuiamo a ricoprire artificialmente quasi tre metri quadrati di terra fertile ogni secondo, per un totale di decine di ettari divorati ogni giorno. In questo quadro, poi, la capitale veste da anni una maglia nera pesantissima: pur vantando il titolo formale di Comune agricolo più vasto d’Europa, la città continua ininterrottamente a erodere i confini del suo storico Agro Romano.
Campi coltivati, prati stabili e frammenti di bosco sono stati sistematicamente sacrificati sull’altare dell’espansione urbana, sostituiti da nuove, immense piastre logistiche, centri commerciali di ultima generazione e quartieri residenziali che si spingono sempre più verso le estreme periferie.
L’impatto di questa incessante cementificazione non si limita a un danno paesaggistico o estetico, ma si traduce in una vulnerabilità fisica estrema, come rilevato dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Un documento, questo, che attraverso i suoi dossier periodici, ha incoronato Roma come la città italiana in assoluto più colpita dagli eventi meteorologiciestremi nell’ultimo decennio.
Che cosa dicono i dati
Ma che cosa raccontano i dati? Dal 2015 a oggi, i report documentano quasi un centinaio di episodi critici sul territorio capitolino di cuila maggior parte classificati come gravi allagamenti dovuti a piogge intense. E non è un caso che a finire sistematicamente sott’acqua siano spesso gli stessi quadranti urbani, da Prima Porta a Infernetto, da Acilia all’entroterra ostiense, passando per zone come Eur Torrino e Tor di Valle. In queste aree la densità del costruito ha letteralmente soffocato la geografia naturale del terreno.
Il cortocircuito che porta la città ad annegare risiede nella sistematica distruzione del cosiddetto “effetto spugna”: in condizioni naturali, il suolo aperto agisce come un serbatoio vivente con la terra, le radici degli alberi e la vegetazione diffusa sono in grado di accogliere enormi volumi di acqua piovana, trattenendola per i periodi di siccità e filtrando il resto lentamente verso le falde sotterranee. Ma quando questo ecosistema complesso viene sigillato da strati di bitume impermeabile, l’acqua, inevitabilmente, perde qualsiasi via di sfogo naturale. E, incapace di filtrare nel terreno, alimenta un pericoloso deflusso superficiale che acquista velocità e massa e che si riversa violentemente all’interno di una rete fognaria, incapace di gestireportate idriche simili.
Il prezzo da pagare è altissimo. Oltre ai danni diretti e immediati subiti dai privati cittadini che vedono compromesse le proprie automobili, abitazioni o attività commerciali, esiste un conto salatissimo, invisibile, legato alla perdita dei servizi ecosistemici. E diversi studi hanno stimato svariate centinaia di milioni di euro ogni anno per i danni economici che derivano dall’incapacità del suolo impermeabilizzato di regolare il ciclo dell’acqua e di mitigare le isole di calore estive.
Il che, in altri termini, si traduce nel pagare due volte il prezzo del cemento: la prima per stenderlo, la seconda per riparare i disastrosi danni che quello stesso cemento provoca.
Una pesante eredità
Una situazione, questa, che porta inevitabilmente a riflettere sul modello di città che lasciamo in eredità alle prossime generazioni. Perché non è più sostenibile considerare il suolo vergine come una superficie bidimensionale da sfruttare per nuove cubature. Perché non possiamo più sperare di proteggere le metropoli se ci ostiniamo a distruggere la terra viva.
Ma non si tratta di formulare facili accuse contro chi amministra oggi: questi sono i risultati di un fallimento lungo e sistemico.
Dunque, la sfida per il futuro sarà iniziare a capire dove e come rimuovere l’asfalto in eccesso, l’unica strada percorribile per l’urbanistica del domani, se vogliamo davvero salvare qualcosa. Perché le perturbazioni atmosferiche non smetteranno di colpire la città, e i dati climatologici ci avvertono: lo faranno con una violenza sempre maggiore. E allora non ci resta che lavorare sul modo in cui la città deciderà di farsi trovare. Le recenti decisioni sulla depavimentazione di alcune aree lasciano aperta la porta alla speranza.
