30 Aprile 2026
/ 28.04.2026

“Cattura del carbonio”: la promessa tecnologica e i suoi numeri

La tecnologia esiste, funziona in alcuni contesti, ed è operativa dagli anni '70. Ma la scala a cui è applicata oggi resta a tre ordini di grandezza di distanza da quanto servirebbe per spostare l'ago delle emissioni globali

Il Global Status of CCS 2025, rapporto annuale del Global CCS Institute pubblicato in ottobre 2025, conta 77 progetti di cattura e stoccaggio della CO₂ operativi nel mondo, con una capacità complessiva di 64 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. Le emissioni globali da combustibili fossili nel 2024 sono state di 37,4 miliardi di tonnellate, secondo il Global Carbon Budget. La cattura copre lo 0,17% delle emissioni annuali.

“Cattura del carbonio” è un’espressione che circola da anni nel dibattito climatico come soluzione operativa: la tecnologia che aspira la CO₂ dai camini industriali, la comprime, la trasporta e la seppellisce in formazioni geologiche profonde. La tecnologia esiste, funziona in alcuni contesti, ed è operativa dagli anni ’70. Ma la scala a cui è applicata oggi resta a tre ordini di grandezza di distanza da quanto servirebbe per spostare l’ago delle emissioni globali.

Il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6 WGIII, capitolo 12) considera la CCS necessaria in specifici scenari di mitigazione, principalmente per settori difficili da decarbonizzare con altre tecnologie: cemento, acciaio, chimica, raffinazione. L’IPCC è però esplicito nel distinguere tra ruolo tecnicamente necessario e scala di dispiegamento realmente raggiunta. Nel 2020, la capacità installata globale era di circa 40 Mtpa. Nel 2025, 64 Mtpa. Per essere in linea con uno scenario compatibile con 1,5 °C, la capacità dovrebbe aumentare di circa cento volte entro il 2050.

L’analogia è con un rubinetto che perde. Una casa produce una perdita d’acqua pari a 100 litri al minuto. Un idraulico arriva e ne raccoglie 170 millilitri al minuto in un secchio. Raccogliere 170 millilitri è reale, misurabile, tecnicamente funzionante. Ma chiamarlo “risoluzione del problema della perdita” è un errore di scala. Il secchio esiste. Il problema anche.

In Italia, il primo progetto CCS è stato avviato a Ravenna nell’agosto 2024 da Eni e Snam. La Fase 1, come documentato dal consorzio stesso, cattura 25.000 tonnellate di CO₂ all’anno dalla centrale di trattamento del gas naturale di Casalborsetti. Le emissioni italiane di CO₂ nel 2023 sono state di circa 300 milioni di tonnellate. Ravenna Fase 1 copre lo 0,008% delle emissioni nazionali. La Fase 2, prevista per il 2027, punta a 4 milioni di tonnellate entro il 2030: 1,3% delle emissioni italiane attuali. Un contributo reale, nell’ordine di grandezza di un settore ben circoscritto.

Il secondo problema è la performance. L’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) ha analizzato 13 progetti CCS di riferimento nel mondo, che coprono il 55% della capacità operativa globale. Dieci dei tredici hanno fallito o sottoperformato rispetto ai propri target dichiarati. Il progetto Gorgon in Australia, il più grande al mondo operativo presso un impianto LNG di Chevron, nei primi cinque anni ha catturato il 43% della CO₂ prevista, contro un target dell’80%. Il progetto Boundary Dam in Canada ha sottoperformato del 50%. Shute Creek negli Stati Uniti del 36% nell’arco della sua vita. I due progetti che hanno funzionato bene (Sleipner e Snøhvit in Norvegia) operano in un contesto regolatorio specifico con una tassa sul carbonio offshore introdotta nel 1991.

C’è un terzo elemento che il linguaggio pubblico tende a confondere. “Cattura e stoccaggio” (CCS) è un processo in cui la CO₂ viene conservata permanentemente nel sottosuolo. “Cattura e utilizzo” (CCUS) è un processo in cui la CO₂ catturata viene venduta a terzi, spesso compagnie petrolifere che la iniettano nei giacimenti per aumentare la produzione di petrolio (enhanced oil recovery). Secondo IEEFA, circa il 73% della CO₂ catturata dai progetti analizzati è stata destinata a questo uso. In quel caso, il ciclo diventa: cattura la CO₂ di un processo industriale, usala per estrarre più petrolio, brucia il petrolio che emette più CO₂. L’effetto netto sulle emissioni globali non è quello che il nome suggerisce.

La normativa europea prende atto di queste tensioni. Il Net Zero Industry Act, approvato nel 2024, fissa per l’UE un obiettivo di 50 milioni di tonnellate di capacità di stoccaggio annua entro il 2030. È una soglia ambiziosa rispetto ai 64 Mtpa globali di oggi, ma resta inferiore all’1,5% delle emissioni UE. Il regolamento attribuisce specificamente agli operatori petroliferi e del gas la responsabilità di sviluppare la capacità di stoccaggio, vincolandoli proporzionalmente alle loro produzioni storiche di idrocarburi.

Questo non è un argomento contro la cattura del carbonio come tecnologia. Nei settori hard-to-abate dove non esistono alternative tecniche immediate (cemento, alcuni processi chimici), è tra gli strumenti presi in considerazione dalla letteratura scientifica. Ma “cattura del carbonio” come parola evoca un livello di risoluzione del problema climatico che la scala attuale e le prestazioni storiche non sostengono. La tecnologia contribuisce a settori specifici. Non sposta la traiettoria delle emissioni.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Cattura del carbonio” aggiunge un meccanismo nuovo: una tecnologia reale, funzionante in certi contesti, viene descritta con un linguaggio che ne amplifica la scala fino a farla coincidere con la soluzione del problema. La letteratura IPCC è chiara sul ruolo limitato. Il linguaggio pubblico non sempre lo è.

La prossima volta che leggete di un progetto di cattura del carbonio, la domanda da farsi è una sola: quante tonnellate all’anno cattura, e quante ne emette il settore a cui il progetto fa riferimento?

CONDIVIDI

Continua a leggere