Il mare è da sempre luogo di evasione, contemplazione e rinascita. Oggi, però, sappiamo che quel rapporto ancestrale con l’acqua sta uscendo dalla dimensione del racconto per entrare in quella della ricerca scientifica. Vivere, frequentare o semplicemente sostare vicino agli spazi blu sembra, infatti, associarsi a un migliore benessere psicologico.
La letteratura scientifica parla ormai da tempo degli effetti positivi degli spazi naturali sulla salute mentale. Se il dibattito si è concentrato a lungo soprattutto su parchi e boschi, oggi cresce rapidamente l’attenzione verso gli ambienti dominati dall’acqua. Lo studio coordinato da Richard S. Geary e colleghi per il National Institute for Health and Care Research britannico evidenzia come gli spazi verdi e blu possano favorire il benessere attraverso diversi meccanismi: riduzione dello stress, recupero psicologico, miglioramento delle funzioni cognitive, maggiore socialità e persino attenuazione degli effetti dell’inquinamento atmosferico e acustico. Gli stessi autori, tuttavia, invitano alla prudenza: gli elementi acquisiti sono promettenti, ma servono altri studi per definire con maggiore precisione i rapporti di causa ed effetto.
Non basta avere un mare davanti
La ricerca suggerisce infatti che non conta soltanto la presenza dell’acqua. Entrano in gioco la qualità degli ambienti, la loro accessibilità, la sicurezza percepita e la frequenza con cui vengono realmente vissuti. Un lungomare degradato o difficile da raggiungere non produce gli stessi effetti di uno spazio curato e accessibile. Allo stesso modo, la semplice vicinanza geografica non garantisce benefici se le persone non hanno la possibilità concreta di frequentare quei luoghi.
È un aspetto che chiama in causa la pianificazione urbana. Garantire spazi blu e verdi accessibili significa intervenire su un fattori determinante riducendo anche le disuguaglianze sociali, visto che proprio le comunità più fragili sono spesso quelle con minore accesso a questi ambienti naturali.
Quando il mare entra nei percorsi terapeutici
Nel frattempo la pratica corre più veloce della ricerca. Come racconta il Guardian, nel Regno Unito e in altri Paesi stanno aumentando le esperienze che utilizzano il mare come supporto ai percorsi di cura per persone con disturbi post-traumatici, ansia, depressione o dipendenze.
Emblematica è la storia di Dave Phillips, ex caporale dell’esercito britannico, che dopo aver chiesto aiuto per il disturbo da stress post-traumatico ha trovato nella vela, grazie all’associazione Turn to Starboard, un tassello fondamentale del proprio percorso di recupero. “Il mare mi allontana dallo stress e dalle tensioni della vita. Ha il potere della calma”, racconta.
Secondo Catherine Kelly, geografa che da anni studia il rapporto tra salute e ambienti acquatici, l’acqua favorisce uno stato mentale diverso da quello imposto dalla quotidianità dominata dagli schermi digitali. “Quando andiamo in acqua, le nostre spalle si rilassano, i nostri occhi e il nostro viso si addolciscono. Iniziamo a respirare più lentamente”, spiega nell’intervista al quotidiano britannico.
Una risorsa da proteggere
La sfida, dunque, va oltre il benessere individuale. Se gli spazi blu rappresentano un’opportunità per la salute pubblica, diventano ancora più evidenti le conseguenze del loro degrado. Fiumi inquinati, coste cementificate, laghi compromessi e accessi negati non impoveriscono soltanto gli ecosistemi: riducono la possibilità per milioni di persone di beneficiare di ambienti che la ricerca considera sempre più importanti per l’equilibrio psicologico.
La tutela dell’acqua, quindi, riguarda biodiversità, paesaggio e qualità ambientale, ma anche la salute delle persone. E questa è una delle ragioni più concrete per cui vale la pena difendere gli spazi blu: non perché siano una terapia miracolosa, ma perché rappresentano una delle infrastrutture naturali che possono contribuire, insieme a molte altre, a rendere le comunità più sane, più vivibili e anche più resilienti.
