Ormai il dibattito giuridico innescato dalla crisi climatica è arrivato ai massimi livelli. In gioco non c’è più solo il danno inflitto a singole persone o a singoli territori. Ora sono gli Stati ad agire per chiedere conto di devastazioni drammatiche come quelle subite dal Nepal per il collasso di una lingua di ghiacciaio, o per rivendicare il loro diritto ad esistere anche se il loro territorio è stato sommerso dall’innalzamento dei mari. E questa loro azione rivendicativa ha ottenuto il sostegno delle Nazioni Unite.
Con la Dichiarazione sull’innalzamento del livello del mare, approvata dalla recente Assemblea generale, l’Onu ha messo nero su bianco un principio che fino a ieri sembrava un paradosso: uno Stato può perdere la terra e restare uno Stato. È la risposta del diritto a una crisi climatica che sta cambiando la geografia.
La definizione di Stato è stata da sempre legata a una base fisica che sembrava incrollabile: uno Stato – si diceva – è un territorio, una popolazione, un governo, la capacità di stringere relazioni con gli altri Stati. Ma che succede quando questo territorio finisce sott’acqua?
A Tuvalu, nove isole coralline nel Pacifico dove il punto più alto supera di poco i quattro metri, la domanda non è un esercizio accademico. Metà dei 12 mila abitanti vive su una striscia di sabbia e corallo che le mareggiate erodono stagione dopo stagione. Il governo ha già avviato la trasformazione in “nazione digitale”, la prima al mondo: archivi, catasto, memoria culturale copiati nel cloud, per sopravvivere alla sparizione fisica del Paese.
Ora, a New York, la comunità internazionale ha confermato la scelta di Tuvalu: un Paese è un’identità che può sopravvivere nell’animo dei suoi abitanti, nella memoria collettiva e in un gemello digitale anche se il suo territorio viene inghiottito dal mare. E l’ha fatto per consenso, senza che nessun governo chiedesse di votare.
Il paragrafo 21
La Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’innalzamento del livello del mare è stata proclamata dai capi di Stato e di governo riuniti per l’apertura dell’81ª sessione dell’Assemblea generale. Ventiquattro paragrafi, quattro pilastri: scienza e dati, adattamento e finanza, mezzi di sussistenza e cultura, dimensione giuridica. I primi tre seguono il lessico ormai consueto dei documenti climatici. Nel quarto,al paragrafo 21, c’è la novità.
I governi ricordano che, una volta costituito, uno Stato non perde necessariamente il diritto a esistere se viene meno uno dei suoi elementi costitutivi. E affermano una “presunzione a favore della continuità della statualità” di fronte all’innalzamento del mare: continuità che riguarda la sovranità, le responsabilità e perfino il seggio alle Nazioni Unite. Non solo. La comunità internazionale si impegna a sostenere gli Stati che vedono mutare il proprio territorio perché possano continuare a far funzionare le proprie istituzioni.
Il paragrafo precedente, il 20, blinda il mare dopo aver blindato la bandiera. Le zone marittime tracciate secondo la Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos) potranno essere mantenute anche quando la costa arretra. È un punto tutt’altro che tecnico. Per un atollo del Pacifico la zona economica esclusiva vale più della terraferma: sono i diritti di pesca sul tonno, le licenze, una parte decisiva delle entrate pubbliche. Se le linee di base si spostassero con la battigia, l’oceano si porterebbe via, insieme alle case, anche il bilancio dello Stato.
Sei millimetri l’anno
Il resto del testo disegna la cornice. Il mare sale e accelera, spinto dal riscaldamento degli oceani e dalla fusione dei ghiacci. Nel 2024 l’aumento è stato di quasi 6 millimetri, il valore più alto da quando esistono misure regolari. Ed è un valore in continua accelerazione, con la possibilità che la rottura di un equilibrio precario porti a picchi molto rapidi.
Circa 770 milioni di persone vivono in aree costiere esposte: con mezzo metro in più entro fine secolo tra 150 e 300 milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare la loro casa. Per queste popolazioni la dichiarazione chiede “mobilità con dignità”, scelte volontarie e il rispetto dei diritti umani, oltre alla tutela di un patrimonio culturale (dai cimiteri ai luoghi sacri) che rischia di finire sott’acqua assieme alle mappe.
La Commissione del diritto internazionale, l’organo tecnico dell’Onu che dal 2019 studia il rapporto tra innalzamento dei mari e diritto internazionale, ha anche immaginato come potrebbe funzionare, in concreto, uno Stato senza terra: la cessione di una porzione di territorio da parte di un altro Paese; forme di associazione o federazione; soluzioni ibride, da valutare caso per caso e sempre consultando le popolazioni. Un precedente esiste già. Con il trattato Falepili, firmato nel 2023, l’Australia ha riconosciuto la continuità statale di Tuvalu “nonostante l’impatto dell’innalzamento del livello del mare”. È il primo accordo giuridicamente vincolante di questo tipo.
Dall’Everest all’oceano, il conto dei danni
E c’è una coincidenza di calendario che racconta la profondità del cambiamento giuridico in corso. Lo stesso 24 settembre in cui l’Assemblea approvava la dichiarazione sul mare, dalla tribuna dell’Onu parlava il primo ministro del Nepal, Balendra Shah. Un Paese senza sbocco sul mare, stretto tra India e Cina, che la crisi climatica ha colpito dall’alto. Il 26 agosto il collasso legato a un ghiacciaio ha scatenato le alluvioni del Bhotekoshi: almeno 1.400 morti, ancora migliaia di dispersi, danni stimati intorno al 10% del Pil.
Shah ha chiesto giustizia climatica, un meccanismo himalayano condiviso con India e Cina per sorvegliare i laghi glaciali e più finanza a fondo perduto. E ha definito gravemente inadeguati il Fondo per le perdite e i danni e gli altri strumenti esistenti. Per il solo adattamento, ha ricordato il presidente dell’Assemblea generale Khalilur Rahman, i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 310-365 miliardi l’anno entro il 2035: nel 2023 i flussi internazionali pubblici si fermavano a 26 miliardi.
Il ghiaccio che fonde sull’Himalaya e l’acqua che sommerge gli atolli sono due facce dello stesso processo. Cambia il punto di osservazione, non la contabilità: da una parte chi ha emesso pochi gas serra e paga molto, dall’altra un sistema di risarcimenti che procede a passo lento. Guterres, alla sua ultima Assemblea da segretario generale, ha chiesto di triplicare i fondi per l’adattamento e ha ribadito che chi inquina deve pagare.
La dichiarazione di New York garantisce ora che uno Stato non verrà cancellato dalla carta politica anche quando sarà scomparso da quella fisica. È una conquista costruita in quasi quattro decenni di diplomazia delle piccole isole. Ma è una garanzia che arriva a cose fatte. Salva la bandiera, il seggio, le zone di pesca. Non salva le case, i cimiteri, le lingue parlate su quelle spiagge.
Per quello servono altre decisioni, meno solenni e più operative: tagliare le emissioni serra e rilanciare un’economia sana e capace di durare nel tempo. Il diritto ha fatto la sua parte, dando cittadinanza a un’idea che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza giuridica. Ora tocca alla politica evitare che gli scenari peggiori diventino reali e avviare una efficace transizione ecologica.
