31 Agosto 2026
/ 31.08.2026

La Norvegia costruisce il museo delle balene. E intanto continua a ucciderle

Nel 2027 aprirà ad Andenes The Whale, il centro dedicato ai cetacei firmato dall’architetta Dorte Mandrup. Ma il Paese che lo costruisce resta la prima nazione baleniera del mondo

Sulla punta settentrionale di Andøya, isola dell’arcipelago delle Vesterålen a circa 300 chilometri oltre il Circolo polare artico, sta prendendo forma uno degli edifici più attesi del panorama museale europeo. Si chiama The Whale e aprirà al pubblico il 4 giugno 2027. Progettato dallo studio danese Dorte Mandrup, il centro sembra sollevarsi dalla costa rocciosa come il dorso di una balena che si inarca prima di tuffarsi. Il tetto curvo, rivestito di pietra locale, è percorribile: una terrazza pubblica affacciata sul mare di Norvegia, con vista sul faro di Andenes che illumina questo tratto di costa dal 1859.

Cosa si vedrà

All’interno, le esposizioni curate dallo studio Ralph Appelbaum Associates promettono un percorso immersivo tra scienza e arte: una galleria con tutte le 90 specie di cetacei viventi, sculture in legno a grandezza naturale di orche che rompono la superficie, sale dedicate all’anatomia e una zona multisensoriale che ricostruisce l’oceano profondo attraverso i richiami delle balene. Il progetto, in cantiere dal 2014 e affidato allo studio Mandrup nel 2019, ha ottenuto i fondi pubblici definitivi nel novembre 2024. L’ingresso costerà 540 corone norvegesi, circa 49 euro.

Il paradosso norvegese

Qui la storia si complica. Il museo si presenta come “una voce per le balene”. Ma la Norvegia è oggi la prima nazione baleniera del mondo, davanti a Giappone e Islanda messe insieme (la Norvegia caccia un numero record di balenottere minori, il Giappone ha una quota più bassa ma spalmata su quattro specie, comprese le balenottere di grossa taglia come la comune e la boreale e opera anche con una nave-fattoria d’altura).

Nel 2025 dieci imbarcazioni norvegesi hanno ucciso 429 balenottere minori; per il 2026 il governo ha alzato la quota a 1.641 esemplari, la più alta al mondo. Oslo nel 1986 aveva presentato una formale obiezione alla moratoria della Commissione baleniera internazionale e nel 1993 aveva ripreso la caccia commerciale, sottraendosi di fatto al divieto globale. La ministra della Pesca e degli oceani, Marianne Sivertsen Næss, la difende come “sostenibile” e “rigorosamente regolamentata”.

I numeri, però, raccontano un’altra storia. Quasi nessuno, in Norvegia, mangia più carne di balena: secondo un sondaggio dell’istituto Respons Analyse per l’associazione NOAH, solo l’1% dei norvegesi la consuma con regolarità, contro il 4% del 2019. E, come ha ricordato Inside Climate News, la maggior parte degli animali uccisi sono femmine, spesso gravide. La quota cresce mentre il mercato si svuota: per gli ambientalisti è ormai una pratica più politica che alimentare.

Una contraddizione che divide

Non stupisce che il progetto del museo sia stato criticato in Norvegia: è stato accusato di voler nascondere il problema centrale, cioè la caccia commerciale che ancora oggi uccide ogni anno centinaia di balenottere minori, mentre la Norvegia dell’Ottocento – con l’arpione esplosivo inventato da Svend Foyn – guidò lo sterminio industriale delle grandi balene. Il gruppo Museum Nord si è ritirato dall’iniziativa proprio per i disaccordi sul peso da assegnare a quella storia nel racconto museale. E sotto il post che annunciava l’apertura, decine di commenti ripetono la stessa domanda: che senso ha celebrare gli animali che si continua ad arpionare? La sfida vera, per The Whale, sarà scegliere se guardare in faccia questa contraddizione o limitarsi ad ammirare il panorama dal tetto.

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