26 Ottobre 2026
/ 26.10.2026

Più elettricità, meno carbone: la lezione cinese all’Europa

A settembre le fonti che non emettono CO2 hanno coperto tutta la crescita della domanda elettrica di Pechino e la produzione da carbone e gas è calata per il terzo mese di fila. Mentre l’Europa, tra rinvii e deroghe, rischia di confondere la semplificazione con la rinuncia alla sfida globale

A settembre la Cina ha consumato più elettricità di un anno fa, ma ha bruciato meno combustibili fossili. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), la crescita delle fonti energetiche che funzionano senza emettere CO2 ha più che compensato l’aumento della domanda, nonostante la forte flessione dell’idroelettrico, sceso del 17,2%. Il solare è salito del 21,6%, l’eolico del 16,6%, il nucleare del 22,4%. Risultato: la produzione da carbone e gas è diminuita complessivamente dell’1,4% su base annua, il terzo calo mensile consecutivo. Il carbone ha perso l’1,5%, mentre il gas, che nel mix cinese pesa molto meno, è cresciuto dell’8,5%.

Il dato colpisce perché arriva dal Paese che è insieme il primo emettitore del pianeta e la seconda economia mondiale. Se la fabbrica del mondo riesce ad aumentare i consumi elettrici riducendo la generazione fossile, la tesi secondo cui decarbonizzazione e sviluppo sono in conflitto crolla.

Il paradosso del carbone

Certo, lo sviluppo cinese non è privo di problemi ambientali. Pechino continua ad aggiungere centrali termoelettriche: nei primi otto mesi del 2026 ha installato 58,7 GW di nuova capacità, il livello più alto degli ultimi 15 anni per il periodo analizzato, il 18% in più rispetto al 2025. Una scelta dettata da logiche di sicurezza energetica e di copertura dei picchi, che rischia però di lasciare impianti sottoutilizzati. Nello stesso arco di tempo sono infatti entrati in funzione 97,2 GW di solare e 53,3 GW di eolico: oltre 150 GW di rinnovabili, quasi tre volte la nuova capacità fossile. Le centrali termoelettriche restano in campo come riserva, ma a produrre l’energia aggiuntiva sono sempre più pannelli e turbine.

E c’è un elemento che va oltre il clima. Sulle tecnologie pulite la Cina ha costruito una leadership industriale: domina la filiera dei moduli fotovoltaici, delle batterie, dei veicoli elettrici. A Pechino la transizione non è un costo da sopportare, ma una politica industriale che porta quote di mercato e meno dipendenza dalle importazioni di combustibili.

Due battaglie diverse

Nel frattempo l’Europa ha cambiato passo, in direzione opposta. L’attenzione si sta spostando dal Green deal al Clean industrial deal, il piano presentato dalla Commissione nel febbraio 2025, e la lista dei rinvii si allunga. Come ha sottolineato il Corriere della Sera, il Parlamento europeo ha spostato dal 2027 al 2030 le regole sul monitoraggio delle emissioni di metano per gli importatori di petrolio, gas e carbone, due anni in più di quanto proponesse la Commissione. Italia e Polonia guidano il fronte che vuole far slittare al 2030 l’Ets2 su riscaldamento e carburanti. Lo stop ai motori a benzina e diesel dal 2035 è stato indebolito: la riduzione delle emissioni allo scarico richiesta ai costruttori scende dal 100% all’87,5%.

L’offensiva anti green si basa però su due spinte molto diverse. La prima è la lotta agli eccessi burocratici: obblighi di rendicontazione sproporzionati, scadenze irrealistiche, procedure che pesano soprattutto sulle piccole imprese. Qui il consenso è larghissimo e i pacchetti Omnibus di semplificazione rispondono a un’esigenza reale. La seconda spinta è dettata dal tentativo delle lobby fossili di guadagnare tempo, frenando l’innovazione per difendere le proprie rendite. Il caso del metano è emblematico: sul rinvio hanno pesato le pressioni degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo, cioè dei fornitori di gas.

Tenere insieme le due spinte significa provare a usare il consenso sulla prima per far passare la seconda. La vera scommessa, per l’Europa, è un’altra: snellire le procedure e rendere più competitive le imprese, con sostegni e accordi a livello comunitario per creare lavoro spingendo su innovazione e coesione sociale, invece di arroccarsi per perdere terreno più lentamente.

Il prezzo dell’attesa

Giocare solo in difesa ha un costo alto in termini economici e di immagine. E lo sta pagando il continente. Ogni anno di rinvio è un anno in più di dipendenza da combustibili importati, mentre il conflitto in Medio Oriente spinge in alto i prezzi dell’energia. È un anno in più di segnali incerti per chi deve investire in reti, rinnovabili e accumuli. Ed è un anno di vantaggio regalato a chi, come la Cina, ha capito che le tecnologie pulite sono il terreno su cui si gioca la competizione industriale dei prossimi decenni.

Il segnale che arriva da Pechino dice che la transizione green si può fare e conviene. Semplificare è giusto. Ma l’Europa deve decidere se lo fa per correre più veloce o per fermarsi.

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