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Arte, Storie

“Anime Fiorite“, da Beirut al salotto milanese

14.12.2023

Habib Fadel, artista raffinato, racconta la sua anima rinata a Santa Margherita Ligure dopo la devastante esplosione di Beirut, attraverso venti scatti in BN sviluppati su carta trattata con platino e palladio, e stupisce il pubblico del Salotto di Milano.

Un totale di venti scatti dedicati agli elementi naturali diventano protagonisti degli spazi de Il Salotto di Milano. La mostra, visitabile fino all’8 gennaio, Anime Fiorite dell’artista Habib Fadel è curata da Simona Gervasio. Alla continua ricerca della dimensione ideale per la sua creatività, attraverso le sue immagini, l’autore esprime il suo pensiero, le sensazioni e la simbiosi tra l’Uomo e il mondo della natura. Questo assume un valore ancora più simbolico in un momento storico di grande sofferenza per l’ambiente. L’autore, attraverso le sue fotografie, cerca di ristabilire l’attenzione sui valori originali che possono salvare gli esseri umani da sé stessi.

Il suo è un racconto in bianco e nero, frutto di un procedimento monocromatico in cui la preparazione della stampa avviene su una carta trattata con platino e palladio. Le opere ricordano dei negativi in formato “extra-large”. Libanese di nascita, sceglie la città di Milano per presentare la seconda mostra fotografica del suo percorso artistico. Dopo la bomba che ha devastato Beirut il 4 agosto del 2020 e che ha distrutto anche la sua casa e il suo studio, Habib si è trasferito a Santa Margherita Ligure con la famiglia.

Habib Fadel ci racconta come l’arte e in particolare la pittura sia stata salvifica per lui in un momento molto doloroso della sua vita.
«Io credo che tutte le forme d’arte possano essere terapeutiche. Uno scrittore può scrivere raccontando il suo percorso, io ho trovato la mia terapia nelle arti visive, nella pittura, nella fotografia e anche nei cortometraggi che ho realizzato. La pittura è quella che mi ha più aiutato perché è stata per me uno sfogo, sono riuscito a mettere su tela le mie sensazioni più intime, legate alla mia infanzia che non è stata serena».

Parli della guerra civile che ha colpito al cuore il Libano?
«La situazione nel mio Paese non era facile e quindi siamo stati allontanati dalla guerra e mandati all’estero a studiare, vedevamo pochissimo la famiglia, e questo ha influito anche sul mio modo di dipingere».

I tuoi dipinti possono sembrare ingenui come dipinti dalla mano di un bambino, è un modo per riprenderti l’infanzia che ti è stata negata?
«Si, è una ferita che l’arte mi aiuta a superare. Un’ingenuità infantile che mi è stata rubata e che proietto nella pittura».

La tua arte spazia dalla pittura alla fotografia, ma qual è il tuo registro preferito?
«Al momento ciò che più mi rappresenta è sicuramente la fotografia, la pittura lo è stata per molto tempo, ma ora mi attrae molto il mondo della fotografia con i suoi tempi lunghi».

Qual è la tua fonte di ispirazione?
«Nella pittura c’è la mia esperienza di vita. Ero un po’ ossessivo, penso che tutti gli artisti lentamente e forse anche inconsciamente, nel corso della vita selezionano un modo di vedere e di cercare».

In quest’ultima mostra vediamo in primo piano la natura, cosa ti comunica ?
«Nel 2020 ho avuto il Covid e sono finito anche in ospedale. È stata un’esperienza molto dura, quando sono uscito ero talmente debole che per due mesi sono rimasto a casa. Fare le foto del mio giardino è stata una terapia, questa volta anche fisica».

Le tue opere sono più legate alla poesia della natura piuttosto che a un discorso di denuncia?
«Sì, esattamente. È più poetica della natura, ma se si vuole anche una denuncia ambientale, perché comunque la bellezza della natura bisogna anche proteggerla. E se il mio lavoro può aiutare a riflettere anche su questo ne sono contento».

Perché la scelta di scattare foto solo in bianco e nero?
«Trovo che il bianco o nero in foto sia molto elegante. Per la pittura uso tanto i colori molto forti, però nella fotografia volevo staccarmi dai colori».

I colori nella pittura sono il tuo sfogo per buttare fuori il negativo, mentre il bianco e nero delle foto rappresentano un po’ la serenità che sei riuscito a raggiungere?
«La fotografia è oggi espressione di un tempo di particolare serenità, che sto attraversando, in cui la delicatezza della natura che mi circonda è fonte d’ispirazione. La serenità è anche nella scelta del soggetto, e poi in questo modo di fotografare. Con tempi molto lunghi, più di due ore per ogni foto. Studiare bene la composizione dell’immagine, mettere la camera, aspettare la luce, in quel senso lì ci vuole un po’ più di serenità e di pazienza».

In questo momento il Medio Oriente è di nuovo in fermento, anche nel tuo Libano la situazione è molto tesa?
«È una questione molto complessa e non si può rispondere semplicemente. Certo è che la gente ha paura di quello che sta succedendo, tutti noi abbiamo paura che la situazione possa degenerare».

 

 

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