8 Ottobre 2026
/ 8.10.2026

Bello quel fiordo norvegese, facciamone una discarica

A Vevring una miniera di titanio continua a pompare residui chimici e roccia frantumata direttamente in mare. La giustizia norvegese aveva dichiarato illegale il permesso di scarico, ma il governo ha concesso un’autorizzazione temporanea

In Norvegia c’è un fiordo, si chiama Førde, che da anni si trova al centro di una dura battaglia tra tutela dell’ambiente e interessi minerari. Il 17 giugno 2026 la Corte Suprema norvegese sembrava aver messo la parola fine a una causa legale lunga 17 anni: la sentenza aveva stabilito che il permesso concesso alla miniera di Engebø per scaricare i propri rifiuti nel fiordo era illegale. Eppure, nei fatti, la situazione non è cambiata. Appena quattro giorni dopo la decisione dei giudici, la società proprietaria dell’impianto, la Nordic Mining, ha presentato domanda per un nuovo permesso. A fine settembre, il ministero del Clima e dell’Ambiente norvegese lo ha accordato per un periodo di tre anni.

Rutilo, il minerale da cui si ricava il titanio

Per comprendere la gravità della situazione occorre fare un passo indietro. Nella miniera di Engebø, vicina al villaggio di Vevring sulla costa occidentale della Norvegia, si estrae il rutilo, il minerale da cui si ricava il titanio. Si tratta di un metallo leggero, resistente e indispensabile per l’industria aerospaziale, la medicina e le tecnologie della transizione ecologica. È per questo motivo che il governo di Oslo difende l’impianto: come confermato da un portavoce del ministero al Guardian, il sito ospita uno dei più grandi giacimenti al mondo di questo minerale. A rafforzare la posizione delle autorità c’è anche la scelta dell’Unione Europea, che nel 2020 ha inserito il titanio nell’elenco delle materie prime critiche, aumentandone il valore strategico ed economico.

Il processo di estrazione ha però un costo ambientale elevatissimo. Per separare il rutilo dalla roccia, il materiale estratto viene finemente frantumato e trattato con additivi chimici. Ciò che rimane è un fango tossico che la Nordic Mining smaltisce attraverso il cosiddetto Submarine TailingsDisposal, cioè lo smaltimento sottomarino dei residui di miniera. In termini pratici, enormi condotte scendono per centinaia di metri nel fiordo per scaricare i rifiuti direttamente sui fondali. È una tecnica che secondo i dati riportati dal quotidiano inglese risulta vietata nella maggior parte del pianeta, compresi Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Russia, Brasile, Cina e quasi tutta l’Europa.

Una nota neurotossina

Gli studi condotti dall’Istituto Norvegese di Ricerca Marina (IMR) delineano un quadro preoccupante per la salute del fiordo. Se i frammenti di roccia più pesanti affondano rapidamente, la frazione più sottile viaggia con le correnti marine raggiungendo distanze notevoli. Bastano pochi millimetri di deposito per alterare irreversibilmente la fauna del fondale. Inoltre, la polvere fine si attacca alle uova dei pesci, riducendone la galleggiabilità e compromettendo la schiusa delle larve.

I residui contengono anche sostanze chimiche che degradano producendo disolfuro di carbonio, una nota neurotossina. Terje van derMeeren, ricercatore dell’IMR, ha paragonato questa polvere a una farina in sospensione capace di soffocare l’intero bacino. Le preoccupazioni scientifiche trovano conferma nei precedenti storici: nel Repparfjord, nell’Artico norvegese, dove negli anni Settanta una miniera di rame scaricò residui per sei anni, i ricercatori hanno riscontrato ancora nel 2016 concentrazioni anomale di piombo, arsenico e cromo nei muscoli dei pesci.

Il nodo giuridico della vicenda ruota attorno alla Direttiva Quadro sulle Acque dell’Unione Europea, che la Norvegia applica in virtù della sua adesione allo Spazio Economico Europeo. La norma stabilisce che un corpo idrico naturale possa essere inquinato solo in presenza di un “interesse pubblico prevalente”. Secondo la Corte Suprema, le ragioni con cui il governo diede il via libera nel 2015 erano troppo deboli per giustificare il danno ambientale. Il ministero ha tuttavia aggirato l’ostacolo sostenendo che, con la classificazione del titanio come risorsa critica da parte dell’UE nel 2020, quell’interesse pubblico sia diventato improvvisamente prioritario, legittimando così la concessione del nuovo permesso temporaneo.

Profonde spaccature nel mondo finanziario

Nel frattempo la miniera, entrata ufficialmente in funzione alla fine del 2024, continua la produzione a pieno ritmo. L’Økokrim, l’ufficio norvegese per i reati economici e ambientali, sta valutando se aprire un’indagine sulla legittimità degli scarichi proseguiti subito dopo la sentenza. Il caso svela anche profonde spaccature nel mondo finanziario. Tra i finanziatori della Nordic Mining figurano le filiali britanniche di Morgan Stanley, UBS e Goldman Sachs, mentre altri gruppi bancari internazionali, tra cui Citigroup e Standard Chartered, vietano espressamente per regolamento interno il sostegno a progetti che impiegano lo scarico minerario in mare.

La battaglia per il fiordo di Førde si consuma in un ecosistema già fortemente provato. Secondo i dati del Sunstone Institute, nel 2025 gli allevamenti intensivi di salmone hanno riversato nelle acque norvegesi 75.000 tonnellate di azoto e 360.000 tonnellate di carbonio organico, una carica inquinante pari ai liquami non trattati di oltre 17 milioni di persone, in un Paese che conta appena 5,5 milioni di abitanti. Trattandosi di bacini semichiusi, i fiordi accumulano questi nutrienti scatenando la proliferazione di alghe che consumano l’ossigeno necessario alla fauna marina.

La crisi è evidente anche nell’entroterra, dove quest’anno 155 dei circa 450 fiumi norvegesi popolati da salmoni selvatici sono stati chiusi alla pesca. A Vevring, i residenti e gli attivisti ambientalisti stanno già preparando l’impugnazione dell’autorizzazione triennale, ma la strada giudiziaria si preannuncia lunga e le condotte della miniera continueranno a pompare residui nel fiordo.

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