L’Italia ospita circa un terzo delle specie animali censite in Europa, il patrimonio faunistico più ricco dell’Unione. Il Living Planet Report 2024 del WWF documenta un calo del 73% nella dimensione media delle popolazioni globali di vertebrati selvatici monitorate tra il 1970 e il 2020, su quasi 35.000 siti e 5.495 specie. Il calo più marcato riguarda le specie d’acqua dolce, con un -85%. Un Paese può avere un numero alto di specie presenti e, contemporaneamente, vedere le popolazioni di quelle specie ridursi in modo sostanziale. Le due misure descrivono dimensioni diverse della stessa parola.
“Biodiversità” nella Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD, 1992), ratificata da 196 parti e recepita nella normativa europea, indica tre dimensioni distinte: diversità genetica (la variabilità dei geni all’interno delle popolazioni di una stessa specie), diversità di specie (il numero e l’abbondanza delle specie in un territorio), e diversità degli ecosistemi (la varietà degli ambienti e delle loro interazioni funzionali). Le tre dimensioni sono correlate ma non equivalenti. Una specie può sopravvivere con popolazioni così ridotte da avere già perso gran parte della sua variabilità genetica, rendendola fragile rispetto a nuovi patogeni o cambiamenti climatici, anche quando è ancora formalmente presente nella lista delle specie monitorate. La presenza sul territorio non garantisce la salute genetica.
Il Target 3 del Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal (2022), il principale accordo internazionale sulla biodiversità, fissa come obiettivo la protezione del 30% delle aree terrestri e marine entro il 2030. L’obiettivo è territoriale: quanta superficie è formalmente sotto tutela. In Italia, nel 2023, la quota era al 21,68% per il territorio terrestre, distante 8 punti percentuali dall’obiettivo al 2030. Un’area protetta è un proxy ragionevole per la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, ma non misura né la salute genetica delle specie che vi abitano né la dinamica delle loro popolazioni. Il Living Planet Index, che misura quest’ultima dimensione, documenta quel calo del 73%. L’area protetta sale, le popolazioni monitorate scendono: i due indicatori si muovono in direzioni diverse.
Un vigneto che coltiva cinquanta varietà autoctone ha, sulla carta, un patrimonio genetico ricco. Se però ciascuna sopravvive in una sola vigna di pochi filari, qualsiasi malattia della vite o annata estrema rischia di eliminarla. Il numero di varietà presenti è un indicatore. La dimensione e la robustezza della popolazione per ciascuna varietà è un altro. I due possono raccontare storie molto diverse sulla stessa vigna.
La normativa europea ha cominciato a recepire questa distinzione. Il Regolamento UE sul Ripristino della Natura (2024/1991), entrato in vigore nell’agosto 2024, fissa obiettivi di ripristino per specifici tipi di habitat e specie, collegando la conservazione a metriche di integrità ecologica oltre che di copertura territoriale. Lo stesso Quadro Globale di Kunming-Montreal include nel Goal A il mantenimento della diversità genetica nelle popolazioni di specie selvatiche e domesticate. L’indicatore principale comunicato nei processi diplomatici e nei comunicati governativi rimane però il 30×30: quanta area viene protetta entro il 2030.
L’Italia si trova in una posizione specifica rispetto a questa tensione. Il primato europeo nella ricchezza di specie animali convive con un tasso di copertura delle aree protette al 21,68%, sotto il target 30×30, e con la pressione documentata sugli ecosistemi d’acqua dolce, dove il Living Planet Index registra il calo più marcato. Le cifre misurano tre dimensioni diverse della stessa parola: il primato sulle specie è un dato sulla diversità tassonomica, il gap sul 30×30 è un dato sulla copertura degli ecosistemi, il calo del 73% è un dato sull’abbondanza delle popolazioni. Tutte e tre appaiono nei comunicati istituzionali come indicatori di “biodiversità”, spesso senza specificare quale dimensione stia descrivendo.
Va riconosciuto che le tre dimensioni non si monitorano con la stessa facilità. La diversità genetica richiede campionamenti di DNA su vaste scale, con costi e tempi tecnici molto maggiori del conteggio delle specie o della delimitazione di un’area protetta. Il territorio protetto rimane un proxy ragionevole per la riduzione della pressione antropica e, indirettamente, per la salute genetica delle specie: un’area sotto tutela limita le attività che accelerano la perdita di variabilità genetica. Le tre dimensioni non sono indipendenti. Il problema documentato non è che i singoli indicatori siano sbagliati: è che nella comunicazione pubblica vengono usati come equivalenti, quando descrivono aspetti distinti della stessa condizione.
Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Biodiversità” aggiunge un meccanismo nuovo: non una parola che perde precisione nel passaggio al linguaggio comune, ma un concetto scientifico con tre dimensioni distinte che si misurano con indicatori diversi, si muovono in direzioni diverse e richiedono politiche diverse. Nella comunicazione pubblica, le tre dimensioni compaiono a rotazione come se fossero la stessa grandezza.
La prossima volta che leggete che un paese tutela la biodiversità, o che un accordo internazionale fissa un obiettivo per la biodiversità, la domanda da farsi è una: quale delle tre dimensioni viene misurata? Specie presenti, dimensione delle popolazioni e variabilità genetica sono tre risposte diverse alla stessa parola. I numeri cambiano. Cambiano anche le politiche necessarie per migliorarli.
