A Davos non va in scena il solito rito del dialogo globale. Il Forum è diventato il teatro di uno scontro politico vero, in cui l’Europa ha smesso di abbassare la testa e ha risposto alle provocazioni americane con una compattezza fin qui rara. A guidare la reazione è stato Emmanuel Macron, che ha scelto parole nette e un registro inusualmente duro per gli standard europei: rispetto sì, sudditanza no.
L’Unione europea ha preso atto che il vecchio equilibrio transatlantico non regge più e che continuare a sperare in un ritorno al passato è tempo perso. Lo ha detto senza giri di parole anche Ursula von der Leyen, mettendo in fila concetti che suonano come una dichiarazione di emancipazione politica: “La nostalgia non riporterà indietro il vecchio ordine. È tempo di cogliere questa opportunità e costruire una nuova Europa indipendente”, accompagnando l’avvertimento con una promessa altrettanto esplicita: “La nostra risposta sarà ferma, unita e proporzionale”.
Da qui la decisione europea di irrigidire la linea commerciale e di mettere sul tavolo tutti gli strumenti di difesa disponibili per chiarire che la sovranità non è negoziabile e che le minacce non sono un metodo accettabile di confronto tra alleati.
Basta con il bullismo internazionale
Macron incarna questa svolta con uno stile che mescola ironia e fermezza. A Davos ha accusato apertamente Washington di usare i dazi come una clava politica e di coltivare ambizioni che assomigliano più a un nuovo imperialismo che a una leadership condivisa. Il presidente francese lo ha detto in modo diretto: “Preferiamo il rispetto ai bulli, lo Stato di diritto alla brutalità”, denunciando “un nuovo imperialismo” e “un nuovo colonialismo” e chiarendo che l’Europa non intende farsi dettare l’agenda. È una presa di posizione che rompe con anni di cautela e che, almeno sul piano politico, trova sponde anche in Paesi tradizionalmente più prudenti.
La risposta americana, come prevedibile, è stata tutt’altro che conciliante. Trump ha rilanciato con toni ancora più aggressivi, minacciando dazi pesantissimi su prodotti simbolo dell’export europeo come lo champagne e tornando a rivendicare apertamente interessi strategici su territori che non appartengono agli Stati Uniti come la Groenlandia. In conferenza stampa, parlando dell’isola artica, ha usato una frase che è diventata il simbolo della sua postura: “Lo scoprirete”, rispondendo alla domanda su “fino a che punto sia disposto ad arrivare” pur di ottenerla. E quando gli è stato fatto notare che i groenlandesi si dichiarano contrari, ha replicato: “Quando parlerò con loro, ne saranno entusiasti”.
Negli Stati Uniti la crepa si allarga
Ma questa postura muscolare crea problemi anche negli Stati Uniti. Nel Paese cresce il disagio. Imprese esportatrici, settori dell’economia e parte dell’establishment avvertono che una guerra commerciale rischia di alimentare l’inflazione e di colpire proprio i consumatori americani. Anche sul piano geopolitico, l’idea di trattare gli alleati come avversari suscita perplessità: c’è chi teme che l’Europa, spinta alle corde, acceleri davvero verso un’autonomia strategica capace di ridisegnare gli equilibri occidentali.
Davos segna così un passaggio simbolico. Da una parte un’Europa che prova a parlare con una voce più adulta e meno timorosa. Dall’altra un’America che usa le minacce come strumento di politica estera, accettando il rischio di isolarsi e di aprire fratture anche al proprio interno. La partita è lunga e tutt’altro che chiusa, ma il cambio di passo è evidente: il tempo dell’acquiescenza silenziosa sembra finito. Si apre una nuova stagione.
