Il conflitto tra Stati Uniti e Iran sta riaccendendo una delle dinamiche più classiche della geopolitica energetica: quando il Medio Oriente si infiamma, il prezzo dell’energia sale e qualcuno incassa. Secondo stime elaborate dalla società di analisi EnergyFlux, l’impennata del prezzo del gas potrebbe tradursi per le compagnie statunitensi del gas naturale liquefatto in oltre un miliardo di dollari a settimana di profitti straordinari.
A innescare il processo è stata la chiusura del gigantesco impianto di liquefazione del gas di Ras Laffan in Qatar, uno dei nodi cruciali del sistema energetico mondiale. L’export di GNL del Qatar rappresentacirca un quinto delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. La sua attuale indisponibilità crea un vuoto destabilizzante nel mercato internazionale, anche perchè la guerra in Ucraina ha fatto salire la domanda. E quando un tassello così consistente scompare dalla scacchiera energetica globale, i prezzi reagiscono immediatamente.
È esattamente ciò che è accaduto negli ultimi giorni: dall’inizio del conflitto con l’Iran, venerdì scorso, le quotazioni del gas hanno registrato un forte balzo. La conseguenza diretta è stata un aumento altrettanto rapido dei margini per gli esportatori di GNL.
Profitti raddoppiati per ogni nave di gas
Secondo i dati elaborati da EnergyFlux, la redditività di un singolo carico di gas liquefatto spedito dagli Stati Uniti verso l’Europa è raddoppiata nel giro di pochi giorni. Se la scorsa settimana il margine medio per una nave di GNL era stimato attorno ai 25 milioni di dollari, al 2 marzo ha superato i 50 milioni. Una differenza enorme se si considera il volume complessivo delle esportazioni americane.
Era già successo con l’Ucraina: lo stop al gas russo ha dato il via libera al GNL a stelle e strisce. E l’assalto commerciale all’Europa a suon di dazi ha fatto il resto. Gli Stati Uniti sono diventati negli ultimi anni il principale esportatore mondiale di gas liquefatto, con decine di carichi che ogni settimana attraversano l’Atlantico diretti soprattutto verso i terminal europei.
Con margini di questo livello, il sistema industriale del GNL americano potrebbe generare profitti aggiuntivi consistenti per un periodo che potrebbe allungarsi. Secondo le stime di EnergyFlux, se l’impianto del Qatar dovesse restare fermo per un mese, le compagnie statunitensi potrebbero accumulare fino a quattro miliardi di dollari di extra-profitti. Se l’assenza di quelle forniture dovesse protrarsi fino all’estate, la cifra potrebbe salire a venti miliardi di dollari al mese.
Wall Street fiuta l’affare
I mercati finanziari non hanno perso tempo a registrare il cambio di scenario. Le azioni delle due principali società statunitensi specializzate nel GNL, Venture Global e Cheniere Energy, hanno registrato un forte rialzo già nelle ore successive all’inizio della crisi.Gli investitori scommettono sul fatto che la combinazione tra domanda europea sostenuta e offerta mediorientale ridotta possa trasformarsi in una finestra di guadagni straordinari per il settore.
Dietro questi movimenti di mercato si muove un quadro geopolitico molto più ampio. Giulia Giordano, direttrice Strategia Mediterraneo e Globale del think tank italiano ECCO, invita a leggere il conflitto anche in questa chiave: “L’intervento militare statunitense in Iran può essere interpretato come un tentativo di ristabilire la supremazia degli Stati Uniti su Cina e Russia, non attraverso uno scontro diretto ma isolandole da un alleato internazionale chiave e fornitore energetico, nonché come un modo per ottenere un controllo diretto o indiretto sulle risorse globali di combustibili fossili, in linea con la cosiddetta dottrina della energy dominance“.
In questo scenario, sottolinea Giordano, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano proprio i Paesi europei, fortemente dipendenti dalle importazioni di gas e già esposti alle oscillazioni dei mercati energetici.
La lezione per l’Europa
La nuova crisi energetica dimostra ancora una volta quanto la sicurezza energetica del continente resti fragile. Per ECCO la risposta non può essere semplicemente cercare nuovi fornitori di gas, ma cambiare il modello. Ripensare la sicurezza energetica europea, sostiene Giordano, significa puntare con decisione su rinnovabili, reti elettriche, sistemi di accumulo, interconnessioni tra Paesi e politiche di efficienza energetica.
In altre parole, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili non è solo una scelta climatica ma una questione di sicurezza strategica. Perché finché il sistema energetico globale resterà legato a petrolio e gas, ogni crisi geopolitica rischierà di trasformarsi automaticamente in una crisi economica. E qualcuno, dall’altra parte dell’oceano o del mondo, continuerà a fare affari d’oro sul peggioramento della vita di molti.
