Ogni processo industriale, ogni server che elabora dati, ogni cella frigorifera di un supermercato produce calore. Nella maggior parte dei casi questo calore viene disperso. Un nuovo report di Danfoss, multinazionale danese specializzata in tecnologie per l’efficienza energetica, quantifica la portata di questa dispersione: nel 2024 circa due terzi dell’energia mondiale sono andati perduti sotto forma di calore, e la previsione per il 2030 si attesta al 55%.
Solo l’Europa, secondo l’analisi, non recupera ogni anno un quantitativo di energia equivalente al fabbisogno elettrico di Parigi per oltre 48 anni. Il recupero di questo calore, tecnicamente già realizzabile con le tecnologie esistenti, potrebbe generare risparmi globali fino a 140 miliardi di euro l’anno.
Tre modalità di recupero
Il rapporto individua tre percorsi. Il primo, indicato come il più semplice ed economico, è il riutilizzo diretto sul posto: un impianto industriale recupera il calore di un processo per riscaldare acqua o ambienti nello stesso stabilimento. È il caso di un produttore di alluminio in Danimarca che, collegando il sistema di raffreddamento a quello di riscaldamento tramite pompe di calore, eliminerà 205.600 metri cubi di gas l’anno, con un tempo di rientro dell’investimento di 2,3 anni.
Il secondo percorso riguarda le microreti tra aziende vicine, dove chi produce calore in eccesso lo cede a chi ne ha necessità nelle vicinanze. I data center sono indicati come i candidati principali: funzionano ininterrottamente tutto l’anno e trasformano quasi tutta l’elettricità consumata in calore. In un parco industriale a Tianjin, in Cina, il calore recuperato da due data center ha ridotto i costi di riscaldamento locali di circa il 60% rispetto alle tariffe di teleriscaldamento commerciale della zona.
Il terzo percorso è l’integrazione nelle reti di teleriscaldamento urbano, che oggi restano in gran parte legate ai combustibili fossili: il report segnala che il 90% del calore distribuito nelle città viene tuttora prodotto bruciando gas o altre fonti fossili.
Il caso Germania
L’analisi più dettagliata riguarda la Germania, che da sola rappresenta oltre il 20% del potenziale industriale di recupero calore dell’intera Unione Europea. Incrociando il registro nazionale del calore di scarto con la mappa delle reti di teleriscaldamento, Danfoss ha calcolato che il calore disponibile entro un chilometro dalle 178 reti più estese del Paese coprirebbe circa il 30,4% della domanda di teleriscaldamento tedesca, una soglia che supera già l’obiettivo legale fissato per il 2030 dalla legge sulla pianificazione del calore.
Il dato esclude tuttavia gli impianti di cogenerazione e non considera ancora i data center, che in Germania sono oltre tremila, il numero più alto in Europa. La loro inclusione futura, secondo il report, alzerebbe la percentuale in modo significativo, un elemento decisivo per raggiungere l’obiettivo più ambizioso fissato al 2040: l’80% di calore da fonti rinnovabili o di recupero.
Kristian Strand, presidente di Danfoss Climate Solutions, cita nel report la disponibilità della tecnologia e sollecita interventi normativi: servono regole che semplifichino gli allacciamenti alle reti energetiche e politiche che correggano lo squilibrio di prezzo tra elettricità e gas, oggi uno dei principali freni agli investimenti in elettrificazione del riscaldamento.
