28 Settembre 2026
/ 28.09.2026

Pannelli solari sott’acqua, l’esperimento che arriva a 10 metri

Una ricerca pubblicata su Joule dimostra che speciali celle in perovskite possono sfruttare la luce che attraversa il mare e alimentare dispositivi sottomarini

Il sole arriva anche dove l’acqua lo filtra. A 10 metri di profondità, nel Mar Cinese Meridionale, un gruppo di ricercatori ha testato celle fotovoltaiche capaci di trasformare la luce residua in elettricità. Il risultato è stato pubblicato l’11 settembre 2026 sulla rivista Joule.

La prova è stata condotta vicino alle isole Weizhou, al largo della costa meridionale della Cina. I moduli, con una superficie di 115 centimetri quadrati, hanno prodotto 324 milliwattora in due ore a 10 metri. A due metri la produzione è arrivata a 1.416 milliwattora. È una quantità contenuta, ma dimostra che la radiazione solare che attraversa l’acqua può alimentare dispositivi anche a una profondità finora considerata poco praticabile.

La luce che resta sotto la superficie

Il problema è fisico. L’acqua assorbe e diffonde rapidamente la radiazione solare, riducendo l’energia disponibile. A 10 metri arrivano soprattutto alcune componenti dello spettro, in particolare la luce blu e verde. Il gruppo di ricerca ha progettato celle capaci di sfruttare quelle lunghezze d’onda. La tecnologia impiega perovskiti ad ampio bandgap, materiali fotovoltaici diversi dal silicio usato nella maggior parte dei pannelli. Nel dispositivo studiato, la perovskite ha caratteristiche che permettono di utilizzare lo spettro presente a 10 metri.

Nei test di laboratorio che simulavano quelle condizioni, le celle hanno raggiunto un’efficienza di conversione del 34,71%. Il dato indica quanta parte della luce che raggiunge la cella viene trasformata in elettricità. I moduli più grandi sono stati poi testati direttamente in mare.

Dalle batterie ai sensori oceanici

La principale applicazione ipotizzata dallo studio riguarda apparecchiature che devono restare a lungo sott’acqua. Sensori oceanografici, telecamere e sistemi di comunicazione sono spesso lontani da fonti di alimentazione e dipendono da batterie. I moduli hanno alimentato batterie agli ioni di litio e LED, mostrando una possibile integrazione con sistemi autonomi. Secondo Wen-Hua Zhang, dell’Università dello Yunnan e della Southwest United Graduate School di Kunming, “questo lavoro presenta la prima validazione funzionale di celle solari sommerse che operano concretamente a una profondità d’acqua fino a circa 10 metri, ampliando notevolmente il loro campo di applicazione”. La dichiarazione è riportata da Euronews.

Il nodo è la durata

Il nodo resta la durata. I test accelerati hanno registrato 48.094 ore equivalenti di funzionamento e portato a una stima T80 di circa 5,49 anni a 10 metri. T80 indica il tempo necessario perché un dispositivo scenda all’80% delle prestazioni iniziali. Nei test di laboratorio, le celle hanno inoltre mostrato una perdita di prestazioni minima dopo 1.160 ore in condizioni subacquee simulate.

Il prossimo passaggio indicato dai ricercatori sarà capire fino a quale profondità questa tecnologia possa continuare a produrre energia. Scendere significa affrontare una disponibilità di luce ancora più bassa e condizioni più severe per efficienza e resa. Per ora, il dato ottenuto in mare ci dice che a 10 metri, il fotovoltaico ha prodotto elettricità dove il sole arriva già fortemente attenuato.

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