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Silvana Agatone e l’autodeterminazione delle donne

31.05.2024

Donna di forte carisma e senso civico, Silvana Agatone, ginecologa non obiettrice, è cofondatrice di LAIGA, Libera Associazione Italiana Ginecologi non obiettori per l’Applicazione della 194, nata con l’intento di fare rete tra personale sanitario addetto al servizio IVG e all’aborto terapeutico.

«La legge determina le condizioni in cui si esercita la libertà garantita alla donna di far ricorso ad un’interruzione volontaria della gravidanza». Con queste parole di civiltà è stato modificato a marzo 2024 l’articolo 34 della Costituzione francese. Una scelta che riconosce sulla carta e nei fatti il diritto delle donne francesi di scegliere sull’aborto in modo libero. In Italia lo scenario è ben diverso. Nel 2021, sono state notificate 63.653 IVG in Italia, pari a un tasso di abortività di 5,3 IVG ogni 1000 donne tra 15 e 49 anni rispetto al 5,4 del 2020, uno tra i più bassi a livello globale (Relazione al Parlamento 12 settembre 2023). Alta è invece la percentuale di obiettori: 63,4% dei ginecologi, 40,5% degli anestesisti e 32,8% del personale non medico. Questi numeri hanno un impatto diretto sull’accesso al servizio IVG da parte delle donne e sul carico di lavoro degli operatori sanitari non obiettori.  In particolare, sono disponibili 2,8 punti IVG ogni 100.000 donne in età fertile e le Regioni in cui si osserva un carico di lavoro più alto per i ginecologi non obiettori sono Molise (2,8 IVG medie settimanali), Campania (2,4) e Puglia (2,1).

In questa realtà si batte Silvana Agatone che dopo la pensione, continua a occuparsi dei diritti delle donne e del personale sanitario non obbiettore. «Ho deciso di fare la ginecologa quando ho assistito al primo sbarco sulla Luna. Pensavo: siamo arrivati sin lassù, ma le donne partoriscono ancora con dolore». Il 20 luglio 1969, quando l’Apollo 11 completa la storica missione spaziale, Silvana Agatone ha circa vent’anni, l’età giusta per prendere una scelta di vita. Da giovane professionista conosce la condizione di giovani donne della periferia romana, dove la contraccezione era completamente sconosciuta, incinte e senza libertà di scelta su cosa fare della propria vita. Silvana partecipa poi alle manifestazioni di protesta che portano alla nascita della Legge 194 del 1978 intitolata «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza».

«La legge 194 è meravigliosa, il problema è che non viene applicata». Dal momento che un diritto irrealizzabile non è concepibile, la ginecologa fonda insieme alla collega Concetta Grande LAIGA a sostegno di coloro che, decidendo di dare applicazione al diritto di aborto, previsto dalla legge, si condannano a una vita non facile all’interno di consultori e ospedali. «Nonostante la norma sia stata adottata ormai quarantasei anni fa, non è mai stata fornita un’informazione chiara, pubblica e trasparente da parte dei governi sul tempo entro cui è possibile effettuare una interruzione di gravidanza, né tanto meno sulle modalità di accesso ai sevizi di IVG (Interruzione volontaria di gravidanza, ndr), e soprattutto sugli ospedali a cui ci si può rivolgere per ricorrere a questo servizio», spiega la ginecologa.

Nello scopo di garantire a tutte le donne un diritto stabilito dalla legge, l’associazione ha creato una mappatura, unica in Italia, sullo stato di fatto nel nostro Paese e su dove poter ottenere una IVG. «Per raccogliere le informazioni necessarie abbiamo telefonato ai vari ospedali, così come fanno le donne. Le reazioni sono state le più svariate: da chi dava notizie utili a chi manifestava omertà e disprezzo per il nostro lavoro». «Tra gli ospedali che ci hanno risposto – continua Agatone – 238 fanno IVG chirurgica, 194 IVG farmacologica, mentre 25 non hanno voluto dichiarare la tipologia di interruzione. Insomma, capire qualcosa è stata un’ardua battaglia anche per noi». Un muro specchio di una situazione complessa anche per il personale non obiettore, a volte isolato, maltrattato, umiliato.

La lotta di LAIGA va oltre i confini nazionali e si unisce a quelle di “My voice my choice”, una campagna europea volta a «istituire un fondo finanziario a supporto di chi risiede nei luoghi in cui non è facile, o è addirittura impossibile abortire». Sono più di 20 milioni le donne che non hanno accesso all’aborto in Europa, «soprattutto in Polonia, dove le donne che vogliono abortire muoiono o vengono processate, ma non solo. In Austria e in Croazia bisogna pagare se si deve accedere a questa procedura sanitaria. Anche in Italia, tante persone sono costrette a viaggiare per accedere a un aborto dignitoso, o semplicemente per abortire».

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