A Ripe Rosse, nel Cilento, un piccolo perimetro di paletti e rete segna il punto in cui, sotto pochi centimetri di sabbia, una femmina di Caretta caretta – la specie di tartaruga più diffusa nel Mediterraneo – ha deposto un centinaio di uova qualche settimana prima. Poco più in là ce ne sono altri due, ciascuno con un cartello che riporta una data e un numero identificativo. Non c’è nulla da vedere, in senso stretto: sabbia, un recinto leggero, il caldo implacabile di luglio. Eppure, quella distesa che sembra vuota nasconde una vita che, ostinata, continua sotto la superficie, spesso indifferente a chi le cammina sopra.
È un paesaggio che richiede di imparare a leggere segni quasi invisibili, come una traccia lasciata nella notte. È su questi dettagli che si gioca oggi una parte della conservazione della specie.
Negli ultimi anni il Cilento è diventato una delle aree più importanti del Mediterraneo occidentale per la nidificazione della Caretta caretta. In Italia i nidi censiti sono passati da 443 nel 2023 a oltre 700 nel 2025, con deposizioni che ormai arrivano fino alla Liguria. È uno dei segnali di un Mediterraneo che cambia: il mare si scalda, le tartarughe modificano le proprie rotte e nuove spiagge diventano luoghi di nidificazione.
A coordinare il lavoro è LIFE Turtlenest, un progetto europeo guidato da Legambiente insieme a ricercatori, enti pubblici e volontari che, lungo quasi ottomila chilometri di coste tra Italia, Francia e Spagna, cercano di aumentare le possibilità che una tartaruga trovi ancora la strada verso il mare.
Sandra Hochscheid e la parola resilienza
A raccontarmi l’anima più scientifica del progetto è Sandra Hochscheid, coordinatrice del Centro Ricerche Tartarughe Marine Turtle Point della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Studia le tartarughe marine da quasi trent’anni. Da bambina si immergeva nei documentari di Jacques Cousteau e sognava di fare la veterinaria. All’epoca, però, qualcuno le disse che non era un mestiere per donne. Ha scelto un’altra strada e non l’ha più lasciata.
Alla domanda su cosa la sorprenda ancora di questi rettili, risponde senza esitare: “L’enorme capacità di adattarsi all’ambiente e la loro resilienza”.
Quella della resilienza è una parola che ritorna più volte nel corso della conversazione, utile anche a spiegare ciò che sta accadendo oggi nel Mediterraneo. Hochscheid parla a questo proposito di philopatry relaxation: una flessibilità che spinge le femmine a essere meno rigide nella scelta della spiaggia in cui deporre le uova, allontanandosi con maggiore facilità dal luogo di nascita. Un comportamento adattivo che potrebbe spiegare la colonizzazione di nuove coste da parte della specie.
Uno studio pubblicato su Nature, basato sulle analisi genetiche dei nidi rinvenuti sulle coste spagnole tra il 2016 e il 2019, suggerisce che queste nuove nidificazioni non appartengano a popolazioni locali, ma a femmine provenienti dall’Atlantico o dal Mediterraneo orientale.
Le incognite del cambiamento climatico
Sull’impatto del riscaldamento globale, Sandra Hochscheid invita però alla prudenza. L’aumento termico della sabbia sbilancia le nascite a favore delle femmine, creando un potenziale fattore di rischio: “Se il rapporto tra i sessi si altera troppo può essere un problema”, sottolinea la ricercatrice. “Ma non essendoci precedenti di studio su una colonizzazione in corso, è impossibile prevedere gli scenari futuri”.
Proprio per colmare questa mancanza di dati, il lavoro dei ricercatori si concentra oggi sul monitoraggio capillare dei nidi. Tra le linee di ricerca avviate quest’anno c’è l’analisi delle uova non schiuse, fondamentale per capire se la mancata nascita dipenda da una mancata fecondazione o da interruzioni nello sviluppo embrionale causate dal calore. Per raccogliere questi dati, l’operatività sul campo non concede soste. Ogni mattina le perlustrazioni iniziano prima dell’alba: entro le sei i volontari setacciano le spiagge per individuare le tracce lasciate dalle femmine durante la notte, prima che il vento o i bagnanti le cancellino. Un lavoro che oggi viene velocizzato dall’uso dei droni, capaci di coprire ampi tratti di costa in poco tempo.
Una volta individuato un nido, scattano le misure di tutela e tracciamento. Il team valuta se lasciare le uova in loco o trasferirle in una hatchery, cioè un’area protetta riservata ai nidi minacciati da predatori, luci artificiali o dal calpestio umano. Nella sabbia viene quindi inserito un datalogger, un sensore che registra continuamente la temperatura: un dato cruciale non solo per stimare la data di schiusa con un margine di due giorni, ma anche per monitorare gli effetti dell’impatto termico sullo sviluppo dell’embrione.
I risultati di questa gestione integrata sono incoraggianti: il tasso di schiusa si attesta intorno al 75%, in linea con le altre aree del Mediterraneo. Un margine di successo prezioso, se si considera che ogni femmina depone mediamente un centinaio di uova a nido e può tornare a nidificare sulla stessa costa fino a cinque volte nella stessa stagione, a distanza di circa due o tre settimane l’una dall’altra.
Il naso dei Tartadog
Tra le innovazioni di LIFE Turtlenest ci sono i Tartadog, unità cinofile addestrate per individuare i nidi nascosti sotto la sabbia. Dopo la deposizione, infatti, vento e passaggio delle persone cancellano rapidamente le tracce lasciate dalla femmina. Quando questo accade, il fiuto dei cani può fare la differenza.

Brum Brum, un’infaticabile ed entusiasta springer spaniel di due anni, avanza con il naso incollato alla sabbia. Indossa una mascherina trasparente per proteggere gli occhi dai granelli sollevati dalle zampe. Va veloce, si ferma, riparte a zig-zag. Poi scatta l’alt: il suo fiuto infallibile ha appena segnalato la presenza di uova sotterrate.

“Il cane è un supporto al monitoraggio svolto dai volontari e dai mezzi tecnologici”, spiega Serena Donnini, addestratrice dell”Ente Nazionale della Cinofilia italiana. “L’addestramento è lungo, perché lavoriamo su odori sepolti”. L’obiettivo è intervenire quando gli indizi visibili sono ormai scomparsi. Le unità cinofile del progetto, distribuite tra Nord, Centro e Sud Italia, possono raggiungere qualsiasi segnalazione nell’arco di quarantotto ore.

La storia di Chiara Comes segue un percorso simile. Ha trentadue anni, vive a Bari e quest’anno è entrata nel progetto assieme alla sua labrador, Rebi, di due anni e mezzo. L’aveva scelta, racconta, “semplicemente per fare sport”, prima di scoprire che quel cane aveva un talento particolare. Anche Rebi segnala il ritrovamento fermandosi di colpo. Gli addestratori chiamano questo comportamento “freezing”: il cane individua l’odore e resta perfettamente immobile. “È fondamentale che la segnalazione sia passiva. Il cane non deve mai entrare in contatto con le uova”.
Per Chiara questo lavoro si aggiunge all’attività quotidiana in un centro cinofilo. Le chiedo cosa la spinga a dedicare tempo libero e fine settimana a questa esperienza. Sorride. “Vedo che lei si diverte, io mi diverto. Alla fine è un gioco”.
In realtà è molto di più. Se un nido viene individuato in tempo, può essere protetto da un recinto o, nei casi più delicati, trasferito in sicurezza. È uno di quei lavori che il visitatore difficilmente nota, ma che può fare la differenza tra una schiusa riuscita e una covata perduta.
Camminare al buio
Al calar della sera, dopo una giornata trascorsa a cercare ciò che si nasconde sotto la sabbia, l’attenzione si sposta sulla luce artificiale di Ascea Marina,
Per i piccoli appena usciti dal nido, infatti, trovare il mare è una questione di sopravvivenza affidata alla luce. Orientandosi d’istinto verso il chiarore naturale dell’orizzonte marino, le tartarughe rischiano di essere tratte in inganno dall’inquinamento luminoso: lampioni, vetrine e fari sulla spiaggia le disorientano, attirandole verso la strada anziché verso l’acqua.
Per proteggerle, la lighting designer Chiara Carucci ha sviluppato insieme al Comune di Ascea un innovativo sistema di illuminazione costiera.

Qualche anno fa, un sondaggio condotto tra i turisti del litorale campano aveva mostrato quanto sia diventato raro sperimentare il buio naturale. Un fenomeno che Carucci chiama “amnesia ambientale“: l’assuefazione alla luce permanente ci fa dimenticare che l’oscurità è parte integrante dell’ambiente.
Da questa consapevolezza nasce la riprogettazione dell’illuminazione costiera. I vecchi lampioni alti sette metri hanno lasciato il posto a strutture più basse, dotate di una luce calda e fedele ai colori naturali.
L’opera, donata al Comune di Ascea dal progetto LIFE Turtlenest con un accordo di manutenzione di cinque anni, include 82 punti luce ad altezza terreno (50 cm) lungo il percorso ciclo-pedonale del Parco Nazionale del Cilento. La differenza si percepisce chiaramente al Lido Bahia, dove l’area già adeguata diffonde un fascio di luce orizzontale: perfetto per illuminare il cammino senza creare inquinamento luminoso verso il mare.
Ripensare il futuro delle coste
La tutela delle tartarughe è il frutto di una nuova alleanza tra comunità e territorio. Lo dimostrano gli oltre 130 municipi che hanno sottoscritto il protocollo “Comuni Amici delle Tartarughe” di Legambiente e i più di 4.000 bagnini formati in poco più di due anni per individuare e proteggere le nidificazioni.
A guidare questo cambiamento ad Ascea c’è il sindaco Stefano Sansone, alla testa anche della Comunità del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Nella sua visione, che abbraccia ottanta comuni, la gestione delle spiagge sta cambiando volto: presto la pulizia meccanica dei tratti costieri cederà il passo a quella manuale. “La nostra spiaggia forse ritornerà come era cinquant’anni fa”, commenta Sansone. Una riflessione che ribalta la concezione di progresso: guardare avanti significa restituire spazio alla natura.
Tutto lo sforzo messo in campo – il monitoraggio alle prime luci del giorno, l’uso dei droni e dei cani da fiuto, i datalogger nella sabbia, le luci ripensate e le sinergie politiche – converge in un unico gesto di cura. Serve a custodire un impulso millenario: quello che, appena rotto l’uovo, spinge i piccoli verso una sola meta. Il mare.
