La Turchia corre davanti all’Unione Europea nell’accumulo di energia. Dal 2022 ha autorizzato oltre 33 GW di batterie per stabilizzare la rete, più del totale pianificato e operativo in paesi pionieri come Germania e Italia (12-13 GW), rileva il think tank ambientale Ember. È l’effetto di una scelta regolatoria precisa: dare priorità di connessione alle rinnovabili solo se abbinate a uno storage di pari potenza. Il segnale ha funzionato. Su 221 GW presentati dagli sviluppatori, 33 GW hanno già il via libera, pari all’83% dell’attuale capacità eolica e solare turca.
Si tratta perlopiù di sistemi con durata di un’ora, circa 37 GWh complessivi: non sostituiscono centrali, ma usano l’elettricità generata da energia solare e vento alle ore serali, attenuando i picchi di prezzo, e tagliando l’uso di gas e carbone quando il meteo non aiuta. È una corsa che arriva mentre i prezzi dei componenti sono crollati nell’ultimo decennio, e le crisi dei combustibili fossili, dall’Iran in poi, hanno reso conveniente l’autosufficienza elettrica.
Ankara punta a 120 GW di eolico e solare entro il 2035 partendo da 40 GW, ma nel 2025 si è fermata a +6,5 GW, sotto gli 8 GW annui necessari. E il carbone resta centrale e sussidiato, al 34% della generazione. In più, la Turchia dispone di grandi dighe che forniscono flessibilità “pulita”, riducendo l’urgenza di batterie più lunghe rispetto a molti paesi UE.
Il contesto politico aggiunge pressione: a novembre Antalya ospiterà la Cop31 e una bozza dell’”action agenda” circolata in anticipo non menzionava il phase-out dei fossili discusso in Brasile. Per Ember, l’impulso agli investimenti è “massiccio” ma restano colli di bottiglia autorizzativi e ricavi troppo legati al mercato spot. Se la pipeline si materializzerà, la Turchia può diventare l’ossatura di un hub energetico regionale pulito. Per l’Europa, un promemoria: nella transizione vince chi allinea regole, reti e capitali alla velocità dell’innovazione.
