27 Gennaio 2026
/ 27.01.2026

Se chiudiamo gli occhi di fronte al baratro di Niscemi

Il mix tra impermeabilizzazione del territorio e crisi climatica è letale. Non possiamo continuare a lamentarci senza reagire all’attacco contro la scienza climatica, la libertà d’informazione e le istituzioni internazionali

Sull’orlo del baratro. Sì, sembra una frase fatta, logorata dall’uso, fastidiosa. Eppure basta un’immagine come questa che vedete qui accanto per restituire emozione a quelle parole usurate. Niscemi è un paese siciliano di 25 mila abitanti che letteralmente confina con il baratro: le ultime case sono lì, appese sul vuoto, a vederle vengono le vertigini. La frana corre per 4 chilometri, con un salto che arriva a una cinquantina di metri d’altezza, e disegna un paesaggio surreale, un canyon che si è creato proprio al limite del paese, con la terra strappata accanto alle fondamenta delle case. Una parte degli abitanti ha già dovuto sgomberarle, pare che si arriverà a breve a 1.500 sfollati. E per gli altri la vita non è certo tranquilla: la frana è attiva e la velocità imprevedibile perché alle vecchie cause si sommano le nuove.

Forse anche per questo vengono le vertigini a guardare quell’immagine. Difficile non immedesimarsi: in fondo siamo tutti un po’ a Niscemi perché la terra ci sta sfuggendo in vario modo sotto i piedi. E, come gli abitanti di Niscemi, molti evitano di guardare il precipizio, cercano di far finta di niente, di dare alla vita quotidiana un ritmo abitale mentre attorno tutto cambia e i disastri climatici ci circondano sempre più da vicino. Qualcuno si consola dicendo una mezza verità: tutto è sempre cambiato, se si è andati avanti prima si potrà andare avanti anche adesso.

Una mezza verità pericolosa come una bugia piena perché non tiene conto della novità attorno a noi: c’è un elemento inedito nello scenario, una minaccia che per la prima volta è globale e che richiede una risposta globale, quella creata dall’accumulo dei gas serra prodotti dalla combustione dei fossili. Possiamo affrontarla solo a patto di conoscerla e di mettere in campo gli strumenti adatti. Lo stiamo facendo?

Guardiamo cosa succede a Niscemi. La frana non è un fatto nuovo. Già nei documenti d’archivio borbonici, a fine del diciottesimo secolo, ce n’è traccia. Poi, nel Novecento, l’espansione urbana accelera e la popolazione viene tranquillizzata assicurando che gli interventi ingegneristici di consolidamento degli anni Cinquanta e Sessanta sono sufficienti a garantire la sicurezza. Nel 1997 la smentita arriva dalla frana che colpisce il quartiere Sante Croci.

Dunque gli strumenti della vecchia ingegneria già nel secolo scorso non erano in grado di fronteggiare il dissesto idrogeologico. Poi è arrivato non l’imprevedibile ma il previsto negato: la crisi climatica che ha mutato la forza delle piogge, la violenza dei venti, l’intensità delle tempeste. Ai guai accumulati in decenni di incuria si è aggiunto il ciclone Harry che ha dato il colpo di grazia.

Rispondere a quello che sta succedendo con misure solo di emergenza vuol dire non aver capito nulla della dinamica dei fatti che nascono dalla convergenza di due errori. L’impermeabilizzazione, in buona parte selvaggia, che ha coperto più del 7% dell’Italia riducendo la capacità del terreno di assorbire le acque. La crisi climatica che ha aumentato la violenza dei fenomeni meteo estremi.

Questi due errori hanno dilatato enormemente il rischio, ma saremmo ancora in grado di fronteggiarlo riducendo la misura dei danni. Lo saremmo se utilizzassimo le indicazioni della scienza climatica. Ma contro la scienza climatica è stato scatenato un attacco frontale da parte del presidente degli Stati Uniti e dei partiti di estrema destra europei sostenuti dall’amministrazione Usa. Negare l’evidenza, chiudere i siti che offrono le informazioni scientifiche, tagliare i fondi per la ricerca, sabotare le istituzioni internazionali create per proteggerci dai rischi globali è la strada che ci avvicina tutti al baratro di Niscemi. L’Italia convive con oltre il 90% dei Comuni esposti a rischio frane o alluvioni. Non possiamo continuare a piangere dopo i disastri. Non possiamo continuare a chiudere gli occhi. Agire ora è possibile e necessario.

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