Per anni, il vertebrato più longevo sulla Terra è stato descritto come un animale goffo, quasi cieco e particolarmente lento. Un sopravvissuto del passato che vaga nelle acque fredde dell’Artico nutrendosi di carcasse. Lo squalo della Groenlandia, Somniosus microcephalus, è entrato nell’immaginario scientifico e mediatico come una sorta di reliquia vivente. Oggi, però, quella immagine comincia a scricchiolare.
Nuove ricerche stanno mettendo in discussione alcune delle convinzioni più radicate su questa specie, considerata tra le meno comprese del Pianeta. A partire da una delle più diffuse: l’idea che fosse funzionalmente cieca.
La scoperta che cambia prospettiva
All’inizio del 2025 un gruppo di ricercatori di cinque università ha pubblicato uno studio che ribalta decenni di assunzioni. Analizzando in dettaglio la struttura e la funzione delle retine degli squali della Groenlandia, gli scienziati hanno scoperto che questi animali sono in grado di percepire luce e contrasto.
Un risultato tutt’altro che scontato. Gli occhi degli squali appaiono spesso opachi e infestati da copepodi parassiti che pendono dalla cornea. Proprio questa caratteristica aveva alimentato l’idea di una cecità quasi totale. Invece, le retine risultano strutturalmente integre e sorprendentemente resistenti, nonostante le condizioni estreme dell’Artico e l’esposizione prolungata ai parassiti.
“Gli squali della Groenlandia rappresentano un mistero assoluto”, ha spiegato Jena Edwards, ecologa marina canadese, al Guardian.
Un predatore più attivo del previsto
La revisione non riguarda solo la vista. Le osservazioni sul campo stanno ridisegnando anche il comportamento di questa specie, che può superare i sei metri di lunghezza. Nei loro stomaci sono stati rinvenuti resti di caribù, alci, orsi polari, beluga e narvali. Non tutti questi ritrovamenti possono essere spiegati con il semplice consumo di carcasse.
Nigel Hussey, tra i massimi esperti mondiali di squali della Groenlandia, ha raccontato al quotidiano inglese di averli osservati muoversi con precisione sorprendente. Cinque anni fa, durante una spedizione in sommergibile al largo delle isole Svalbard, ha visto questi squali immergersi quasi verticalmente tra superficie e fondale, coprendo un raggio di movimento molto più ampio di quanto si ritenesse.
“Li sottovalutiamo enormemente”, ha sottolineato Hussey. Secondo lui, potrebbero essere predatori opportunisti capaci di tendere agguati, un’ipotesi che trova riscontro anche nella tradizione orale inuit.
I dubbi sulla longevità record
Resta aperta un’altra questione chiave: l’età. Uno studio pubblicato su Science nel 2016 aveva stimato, attraverso la datazione al radiocarbonio del cristallino, che alcuni esemplari potessero avere quasi 400 anni, rendendo lo squalo della Groenlandia il vertebrato più longevo conosciuto.
Ma quella stima oggi viene guardata con maggiore cautela. La metodologia utilizzata, basata sull’”impulso” di carbonio-14 prodotto dai test nucleari degli anni Cinquanta, presenta margini di errore significativi quando applicata a intervalli di tempo di pochi secoli.
“Questo tipo di metodo è difficile da usare per animali che hanno centinaia di anni”, ha spiegato Hussey. La longevità resta eccezionale, ma l’idea dei 400 anni potrebbe essere meno solida di quanto si pensasse.
Un futuro pieno di incognite
Le incertezze aumentano guardando al cambiamento climatico. L’Artico si sta riscaldando più velocemente di qualsiasi altra regione del Pianeta e questo potrebbe spingere gli squali della Groenlandia verso acque più profonde e fredde.
Secondo Hussey, la loro dieta generalista potrebbe aiutarli ad adattarsi. Ma restano enormi buchi nella conoscenza, soprattutto sulla riproduzione: l’ultima femmina incinta documentata risale al 1950 e ancora oggi non si sa dove si riproducano né quanti piccoli abbiano.
Lo squalo della Groenlandia, più che un fossile vivente, si conferma così uno specchio dei limiti della ricerca scientifica negli oceani profondi. Un animale che continua a sfuggire alle definizioni semplici, costringendo la scienza a rivedere le proprie certezze.
