29 Gennaio 2026
/ 29.01.2026

Ciclone Harry, la beffa delle assicurazioni

Il ciclone che ha colpito il Sud Italia mette a nudo il paradosso delle assicurazioni obbligatorie: chi è assicurato rischia di non essere risarcito, chi non lo è viene escluso dagli aiuti pubblici. Confesercenti: “Oltre il danno, la beffa”.Il fisico del clima Antonello Pasini spiega: le norme attuali ignorano i nuovi eventi estremi nati da un mare troppo caldo

Il ciclone Harry ha lasciato dietro di sé strade divelte, stabilimenti allagati, imprese ferme e case da evacuare. Sicilia, Calabria e Sardegna fanno i conti con danni stimati intorno al miliardo di euro. Ma mentre si spalano fango e detriti, si apre il fronte delle polizze catastrofali obbligatorie. Uno strumento pensato per mettere al riparo il tessuto produttivo anche dagli shock climatici ma che, alla prova dei fatti, rischia di rivelarsi una rete piena di buchi.

L’obbligo che non basta

Dal 31 marzo 2025 la cosiddetta Cat Nat – la copertura assicurativa obbligatoria contro gli eventi catastrofali – è obbligatoria per tutte le imprese iscritte al Registro delle Imprese, escluse le agricole. La norma, introdotta con la legge di Bilancio 2024, copre sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Ma il ciclone Harry non rientra facilmente in queste categorie. Pioggia intensa, venti estremi, mareggiate, allagamenti da acqua marina: fenomeni che non sempre rientrano nella definizione di “evento catastrofale” secondo il lessico assicurativo.

Il risultato è che molte aziende regolarmente assicurate rischiano di non vedere un euro di indennizzo, non per cavilli marginali ma perché mareggiate e bombe d’acqua sono spesso esplicitamente escluse dal perimetro delle polizze. Una contraddizione che pesa soprattutto sulle aree costiere, oggi tra le più esposte agli effetti della crisi climatica.

Perizie, definizioni e risarcimenti dimezzati

A complicare il quadro intervengono i contratti. Alcuni distinguono rigidamente tra alluvione e mareggiata, altri coprono i danni diretti dell’acqua ma non quelli indiretti, come infiltrazioni e ristagni. Nella pratica, la perizia individua la causa “prevalente” del danno: se non coincide con una voce assicurata, l’indennizzo può saltare o ridursi drasticamente.

Qui nasce il paradosso. Chi ha rispettato l’obbligo assicurativo potrebbe restare scoperto. Chi non lo ha fatto rischia sanzioni amministrative tra 100 e 500 mila euro e, soprattutto, l’esclusione da contributi pubblici, incentivi e ristori emergenziali. Un sistema che non tutela davvero nessuno e che, anziché ridurre l’incertezza, la moltiplica.

Le imprese e la richiesta di una correzione urgente

La polemica è esplosa anche dopo le parole del ministro della Protezione civile Nello Musumeci, che ha richiamato l’obbligatorietà delle polizze. Assoutenti parla di uno strumento “ancora sperimentale” e avverte che usarlo per “discriminare” l’accesso agli aiuti pubblici è “profondamente sbagliato”, soprattutto quando l’obbligo non corrisponde a una copertura reale dei rischi.

Confesercenti va oltre e chiede un intervento immediato nel decreto Milleproroghe. “Oltre il danno, la beffa”, scrive l’associazione, invocando una proroga generalizzata almeno fino al 30 giugno 2026 e una revisione della norma. Oggi le scadenze sono differenziate: alcuni settori, come la somministrazione e la ricettività turistica, hanno più tempo, altri no. Il rischio è una disparità di trattamento tra imprese colpite dallo stesso evento.

In Calabria, dove le strutture balneari della costa ionica hanno subito danni definiti “gravissimi”, Confesercenti chiede misure concrete: contributi a fondo perduto, prestiti a tasso zero, moratorie sui mutui, semplificazioni per la ricostruzione. Richieste che raccontano una realtà semplice: senza regole coerenti e coperture adeguate, l’obbligo assicurativo rischia di trasformarsi in un costo aggiuntivo, non in una protezione.

Un clima che cambia, strumenti che restano indietro

A rendere ancora più fragile questo impianto è il contesto climatico in cui eventi come il ciclone Harry si sviluppano. Dal punto di vista della fisica del clima, spiega Antonello Pasini, ricercatore del Cnr, non si tratta solo di un’anomalia isolata. “Il cambiamento climatico sta superando la stagionalità classica: eventi che non dovrebbero verificarsi in inverno oggi accadono perché fa troppo caldo e la neve lascia spazio a piogge intense”. Nel caso di Harry, studi di attribuzione indicano che il riscaldamento del Mediterraneo ha contribuito a rafforzarne l’intensità, rendendo i venti sensibilmente più forti rispetto a uno scenario climatico “normale”.

Fenomeni di questo tipo quando arrivano sono più violenti, perché attingono energia da un mare sempre più caldo. Ed è proprio qui che emerge il corto circuito. “Le assicurazioni conoscono gli scenari climatici futuri“, racconta Pasini a Ultima Bozza, “ma nelle coperture mancano intere categorie di eventi, come mareggiate e vento estremo, che sono invece centrali negli impatti reali”.

Il problema, però, va oltre le polizze. “Se la gestione del rischio climatico viene lasciata al solo mercato assicurativo”, avverte Pasini, “lo Stato abdica al suo ruolo di tutela. Senza politiche serie di adattamento e mitigazione, ci si limita a inseguire i danni“. Una tendenza diffusa, spiega, in una politica che guarda al breve periodo e fatica a confrontarsi con una crisi strutturale e di lungo termine come quella climatica.

Il ciclone Harry ha reso evidente ciò che i numeri già suggeriscono: eventi estremi sempre più intensi e strumenti normativi e assicurativi pensati per un clima che non esiste più. Continuare a ignorare questo scarto significa lasciare imprese e territori soli proprio quando avrebbero più bisogno di certezze.

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