Il governo Meloni, che si propone come il governo della sicurezza, si batte gagliardamente per l’insicurezza del Paese. L’ultimo caso è solo il più spettacolare. Da una parte Salvini vuole tenersi stretti gli oltre 13 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto già bloccato dalla Corte dei Conti europea che ha negato il visto di legittimità al progetto definitivo. Dall’altra le opposizioni ricordano che con quei 13 miliardi si potrebbero mettere in sicurezza molte Niscemi, una buona parte del nostro territorio minacciato da frane e alluvioni.
Ma c’è anche il tema della qualità dell’aria. Gli inquinanti che respiriamo ogni giorno uccidono circa 50 mila italiani all’anno. E gran parte di questi morti potrebbe essere evitata attraverso l’elettrificazione della mobilità urbana, il rafforzamento della rete pubblica di trasporto, il passaggio dalle caldaie a gas alle pompe di calore, le misure urbane di adattamento climatico che prevedono un consistente aumento delle aree verdi. Sono tutte operazioni win win. Si tolgono inquinanti che uccidono localmente (come le polveri sottili) e globalmente (come i gas serra). Si migliora la qualità della vita riducendo lo stress e aumentando il benessere. Si dà una forte spinta all’economia rendendo le città più attrattive (anche dal punto di vista dell’investimento di capitali) e più sicure. Si moltiplicano i posti di lavoro in settori destinati a crescere, compensando le perdite occupazionali rese invitabili dal declino dei fossili.
Questi due elementi – la sicurezza della terra su cui poggiamo i piedi e dell’aria che respiriamo – dovrebbero essere considerati priorità. Di fatto non lo sono. I fondi per la mobilità a basso impatto ambientale vengono tagliati. I fondi per la sicurezza idrogeologica idem. Nonostante i promemoria che alluvioni e cicloni spediscono all’Italia con frequenza crescente, si procede sostanzialmente come nel Novecento: si invocano opere ingegneristiche di vecchio stampo come unico rimedio, mentre la riprogettazione del territorio in chiave di nature based solution viene ignorata e il piano di adattamento climatico resta nel cassetto.
Tutto ciò avviene anche a causa di uno degli elementi del feeling (oggi un po’ incrinato) tra la nostra presidente del Consiglio e il presidente degli Stati Uniti: la rimozione dei dati offerti dalla comunità scientifica in campo climatico. Trump li nega con arroganza. Giorgia Meloni si limita a ignorarli quando si stabiliscono le voci di bilancio.
Ma dietro queste scelte c’è anche un calcolo di convenienza politica. Una parte importante del nostro cervello è settata sulle risposte al pericolo immediato, è il cervello rettile che per millenni ci ha difeso dai predatori quando uscivamo dalle caverne. Oggi rischia di dirottarci su un binario secondario perché la maggior parte dei rischi che abbiamo di fronte è legata ai mutamenti ambientali di medio periodo. Ma è ancora straordinariamente efficace. E utilizzarlo inventando predatori alle porte di casa è uno stratagemma che paga dal punto di vista elettorale. Soprattutto se abbinato a potenti apparati di falsificazione delle notizie.
Negli ultimi anni questa strategia è risultata vincente. Ora però comincia ad andare a sbattere contro fatti sempre più difficili da falsificare: ad esempio un paese appeso sul baratro perché tutti hanno chiuso gli occhi sul pericolo. È dunque arrivato il momento di mettere assieme le ragioni della pancia e quelle della testa per organizzare una difesa reale di fronte alle minacce crescenti.
Sicurezza e mercato sono due elementi importanti dell’offensiva mediatica della destra. È un’appropriazione indebita perché oggi sicurezza e mercato sono inseparabili dalla cura dell’ambiente, dalla difesa del clima, dalla tenuta della coesione sociale, dalla costruzione di posti di lavoro nei settori della green economy. Basterebbe riuscire a spiegarlo in parole semplici.
