20 Maggio 2026
/ 20.05.2026

L’economia circolare può ridurre del 22% l’impatto climatico dell’UE

Ecco i vantaggi che si potrebbero ottenere secondo lo studio dell'Agenzia europea dell'Ambiente: -22% dell'impatto dell'Unione europea sul clima -19% di perdita di biodiversità, -25% di inquinamento atmosferico da particolato fine

Diciassette misure di economia circolare potrebbero abbattere del 22% l’impatto dell’Unione europea sul clima (quasi 1 miliardo di tonnellate di CO2 equivalente), ridurre del 19% la perdita di biodiversità e tagliare del 25% l’inquinamento atmosferico da particolato fine. È quanto emerge dal documento informativo dell’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA) I benefici ambientali e climatici dell’economia circolare, pubblicato il 19 maggio.

I benefici stimati si basano sulla modellizzazione di specifiche misure di circolarità applicate a settori selezionati: l’edilizia abitativa, l’industria mineraria, l’alimentazione e la mobilità. Accanto agli impatti ambientali, l’AEA evidenzia ricadute positive anche sul fronte della sicurezza dell’approvvigionamento di risorse strategiche. Le misure analizzate ridurrebbero la dipendenza dell’UE da materie prime importate: la dipendenza da alluminio, nichel e metalli del gruppo del platino estratti fuori dall’Europa calerebbe di circa il 20%, quella dal rame del 12%.

Il meccanismo alla base di questi risultati è duplice. Da un lato, la riduzione della domanda di risorse naturali diminuisce direttamente gli impatti negativi sull’ambiente. Dall’altro, questo processo crea opportunità economiche, spostando la creazione di valore dall’estrazione di materiali verso altri comparti produttivi.

Il nodo degli investimenti

Sul fronte finanziario, un secondo rapporto dell’AEA – Sbloccare l’economia circolare: esigenze di investimento, ostacoli e condizioni abilitanti – inquadra la transizione circolare come “un’opportunità strategica per espandere il mercato europeo, generare significativi ritorni economici e ridurre la dipendenza dalle risorse”. Ma per coglierla servono risorse ingenti: secondo le stime più recenti, il deficit di investimenti ammonta a circa 82 miliardi di euro all’anno fino al 2040.

Le aree più critiche sono la progettazione dei prodotti e la gestione del fine vita. Le maggiori lacune settoriali si registrano nell’edilizia, nel tessile, nelle batterie e nei veicoli, comparti ad alta intensità di materiali e con lunghi cicli di vita dei prodotti.

Attualmente i finanziamenti privati dominano gli investimenti nel settore, ma i fondi pubblici svolgono un ruolo catalizzatore: riducono il rischio dei progetti, facilitano le forme di finanziamento misto e consentono orizzonti temporali più lunghi, necessari per questo tipo di investimenti. L’AEA sottolinea anche la necessità di un monitoraggio più accurato dei flussi finanziari, per valutarne la reale capacità di generare benefici socio-economici e ambientali.

Lo stock di materiali, una miniera nascosta

Un terzo documento informativo dell’AEA, Scorte di materiali in un’economia circolare, sposta l’attenzione su un patrimonio spesso trascurato: i materiali già incorporati nei prodotti a lunga durata. Ogni europeo consuma in media 14,4 tonnellate di materiali all’anno. Di queste, oltre 6 tonnellate, quasi la metà, finiscono stabilmente in edifici, infrastrutture, macchinari e mezzi di trasporto, costituendo il cosiddetto stock di materiali.

Questi stock sono essenziali per la qualità della vita: edifici e strade, ospedali e scuole, automobili e lavatrici. Ma rappresentano anche una fonte potenziale di materie prime secondarie. Migliorare la circolarità di automobili, strade, macchinari e strutture edili, ovvero la loro capacità di essere riutilizzati o riciclati a fine vita, potrebbe fornire al sistema produttivo europeo materie prime di origine interna a costi più competitivi rispetto all’importazione.

“Le scorte di materiali rivestono un ruolo chiave nell’economia circolare”, conclude l’AEA. “Aumentare la loro circolarità può trasformarle in una fonte di materie prime secondarie, rafforzando la competitività e la sicurezza economica europea”. E, di riflesso, quella del Paese nel contesto globale.

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