Il Regolamento UE 2021/241 ha istituito il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza con 648 miliardi di euro da distribuire agli Stati membri entro il 2026. L’Italia ne ha ricevuto 194,4 miliardi, la quota più alta tra i 27 Paesi. Il piano si chiama, per intero, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nel 1973, l’ecologo canadese C.S. Holling pubblicò sull’Annual Review of Ecology and Systematics l”articolo “Resilience and Stability of Ecological Systems”. Vi definiva la resilienza come la capacità di un sistema di assorbire cambiamenti nelle variabili di stato e nei parametri e di persistere comunque. Walker, Holling e colleghi hanno poi precisato nel 2004, su Ecology and Society, che questa capacità include “riorganizzarsi mentre si cambia”: non il ritorno all’identico, ma la trasformazione che preserva le funzioni essenziali. Il cambiamento è dentro la definizione. Il ritorno allo status quo no.
Holling aveva introdotto il termine precisamente per marcare una distinzione che il linguaggio comune non fa. La “resilienza ingegneristica” è la capacità di tornare rapidamente all’equilibrio dopo un disturbo: un pendolo che oscilla e torna al centro, un edificio che regge una scossa sismica senza cambiare forma. La “resilienza ecologica” è altra cosa: la capacità di assorbire grandi disturbi cambiando struttura ma mantenendo le funzioni essenziali. Un ecosistema che brucia e ricresce con specie diverse, adatte al nuovo clima, ma continua a regolare il ciclo idrico, a fornire habitat, a fissare carbonio, è resiliente in senso ecologico. Non è tornato uguale. È diventato qualcosa di diverso che funziona ancora.
Dagli anni Novanta in poi, “resilienza” ha attraversato la psicologia, l’economia, l’urbanistica e le istituzioni internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale la usa per descrivere la capacità dei sistemi finanziari di reggere agli shock. La Banca Mondiale ne ha fatto un criterio per gli investimenti nei Paesi ad alto rischio. Il Framework di Sendai per la riduzione del rischio di disastri (2015) la indica come obiettivo centrale. La Commissione europea l’ha inserita nel nome del principale strumento di risposta alla crisi pandemica. A ogni trasferimento disciplinare, la componente di riorganizzazione si è assottigliata. Quello che è rimasto, nell’uso politico, è la capacità di resistere e di continuare a funzionare come prima.
Un’analogia aiuta. Una foresta che brucia e ricresce con le stesse specie è resiliente in senso ingegneristico: torna a quello che era. Una foresta che brucia e ricresce con specie diverse ma continua a svolgere le stesse funzioni ecologiche è resiliente in senso ecologico: non è tornata uguale, ma funziona ancora. Quando una strategia si chiama “di resilienza” la domanda è: quale tipo si intende?
Il Regolamento 2021/241 non include una definizione formale di resilienza. La usa nell’Articolo 4 tra gli obiettivi del dispositivo: “migliorare la resilienza, la preparazione alle crisi, la capacità di adeguamento e il potenziale di crescita degli Stati membri”. Nei considerando, la rende operativa: costruire economie resilienti significa aiutare gli Stati a “rispondere in modo più efficace agli shock e riprendersi più rapidamente da essi”. La componente di riorganizzazione strutturale non compare in nessuna delle due formulazioni. Nel dibattito sulla politica industriale europea del 2025, “resilienza” compare accanto a “competitività” e “autonomia strategica”: una filiera resiliente è una filiera che non dipende da fornitori esteri vulnerabili. Robustezza, non trasformazione.
La letteratura accademica ha analizzato questo processo in modo sistematico. Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2015 ha documentato come “resilienza” sia diventata un concetto trasversale alle discipline proprio per la sua elasticità semantica, che consente di adottarla senza condividerne i presupposti tecnici. Alcuni studiosi interpretano la progressiva scomparsa della componente trasformativa come una scelta consapevole della governance istituzionale. Altri la leggono come deriva fisiologica in qualsiasi traduzione da una disciplina scientifica a un linguaggio di policy. La questione resta aperta. Quello che è documentabile è il divario tra la definizione ecologica e l’uso normativo.
Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Resilienza” aggiunge un meccanismo nuovo: il termine è stato introdotto nella scienza precisamente per nominare qualcosa che il linguaggio quotidiano non distingue, e poi ha perso quella distinzione nel passaggio alle istituzioni. La nozione di riorganizzazione strutturale implica che il sistema non resterà uguale a sé stesso. La nozione di resistenza no.
La prossima volta che leggete “resilienza” in un piano industriale, in una strategia climatica o nel nome di un fondo, la domanda da farsi è una: resilienza come ritorno all’equilibrio, o resilienza come trasformazione che mantiene le funzioni? Le due cose non sono equivalenti. Holling le ha separate per un motivo.
