23 Giugno 2026
/ 23.06.2026

Caldo e blackout: le reti elettriche italiane non reggono più

Torino, Bergamo, San Giuliano Milanese: l'ondata di calore del giugno 2026 sta mettendo a nudo una vulnerabilità strutturale che si accumula da decenni

Venerdì 20 giugno, a Torino, la rete elettrica ha ceduto. Le temperature erano tra i 36 e i 37 gradi e duravano da giorni senza interruzione, una situazione che Gianluca Riu, direttore operations di Ireti, il distributore locale di Iren, ha definito anomala.

Nello stesso fine settimana, blackout a Bergamo tra le 21.45 e le 22.15, guasti in cinque punti di linea. A San Giuliano Milanese, nell’hinterland di Milano, Duereti, la società che gestisce la distribuzione locale, ha certificato un incremento dei consumi del 38% rispetto alla settimana precedente. A Milano i server del Consiglio comunale si sono fermati per i cali di tensione e la seduta è stata chiusa in anticipo. I vigili del fuoco sono intervenuti per una ventina di ascensori bloccati in diversi quartieri.

Due cause, una rete

I blackout di questi giorni hanno due matrici distinte, che si sovrappongono. La prima è la domanda: i condizionatori assorbono grandi quantità di elettricità, concentrate nelle ore di punta e in aree geograficamente dense. Emiliano Roggero, direttore della distribuzione elettrica di Ireti, ha fornito i numeri: la rete cittadina di Torino ha toccato picchi di 500 MW, con 440 MW venerdì scorso contro i 300 MW della settimana precedente.

La seconda causa riguarda le infrastrutture. Angelo Baggini, docente di elettrotecnica all’Università di Bergamo, ha spiegato al Corriere della Sera il meccanismo fisico: “L’aumento della temperatura riduce la possibilità dei cavi di disperdere il calore prodotto dall’effetto Joule quando sono percorsi da corrente elettrica. I guasti derivano quindi dal cedimento dell’isolante che circonda le anime conduttrici in rame o alluminio”. Quando l’isolante cede, il circuito si apre automaticamente per sicurezza.

Le due cause interagiscono moltiplicando l’effetto: più caldo significa più condizionatori accesi, più corrente nei cavi, più calore per effetto Joule, più cedimenti dell’isolante. Un ciclo che le reti non erano state progettate per reggere.

Infrastrutture degli anni Ottanta, clima del 2026

Le linee di distribuzione che corrono sotto le città italiane sono state costruite decenni fa, con un’idea di consumo energetico che non contemplava la climatizzazione diffusa. Baggini è diretto: “È un problema che si sta affrontando da oltre un decennio. La soluzione non può essere immediata, non c’è un modo per rinforzare l’isolamento dei cavi in servizio nel breve periodo, quantomeno perché si dovrebbe operare su linee interrate e quindi scavare ovunque in città. Si deve intervenire gradualmente”.

Nel frattempo, la domanda cresce. Secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale, oltre il 60% delle abitazioni italiane è oggi dotato di impianti di condizionamento, una quota raddoppiata rispetto al 2013. La stessa Sima ha rilevato che i termometri “in diverse aree della Penisola iniziano a superare i 30°C già nel mese di maggio, con temperature che restano sopra tali livelli fino a settembre inoltrato”. Il condizionatore è diventato una necessità di salute pubblica, ma la rete non è stata aggiornata di conseguenza.

L’Italia nella mappa europea del rischio

I dati raccolti dalla piattaforma Compare the Market su 85 Paesi, che coprono circa il 90% del consumo elettrico globale, collocano l’Italia al quinto posto mondiale per incremento della domanda durante i periodi di caldo estremo: +14,22%, preceduta da Grecia (+38,62%), Montenegro (+22,49%), Turchia (+21,91%) e Croazia (+17,76%).

Sul fronte dei costi, applicando il parametro standard del “valore del carico perso”, strumento impiegato in economia energetica per stimare l’impatto economico della mancanza di energia, che include deterioramento alimentare, perdita di raffreddamento e interruzione di internet, l’Italia risulta il Paese europeo con il costo annuo complessivo per le famiglie più elevato: circa 154,7 milioni di euro, davanti alla Polonia con 152,1 milioni. Il primato dipende non dalla durata media delle interruzioni, inferiore a quella di Grecia e Slovenia, ma dall’ampiezza della base di utenze.

Il solare come ammortizzatore parziale

Durante le ondate di calore dell’estate 2025, la produzione record di energia solare ha attenuato la crisi energetica europea. Secondo il think tank Ember, nei giorni di picco in Germania il fotovoltaico ha fornito fino a 50 GW di potenza, coprendo tra il 33% e il 39% della domanda nazionale. La combinazione con 14 GW di accumulo a batteria e 10 GW di pompaggio idroelettrico ha permesso di stoccare energia diurna per usarla dopo il tramonto, quando la domanda serale di condizionamento rimane alta.

Il meccanismo funziona sulla generazione, ma non risolve la vulnerabilità delle reti di distribuzione locale. Il problema non è solo quanto si produce, ma come si trasporta l’energia fino alle case.

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