In Italia, la “transizione giusta” ha due indirizzi precisi: Sulcis Iglesiente in Sardegna e la provincia di Taranto in Puglia. Per questi due territori, la Commissione europea ha stanziato 1,21 miliardi di euro nel quadro del Fondo per la Transizione Giusta. Sulcis ospitava l’ultima miniera di carbone italiana, con 350 lavoratori diretti al momento della programmazione del suo phaseout, in un’area con un tasso di disoccupazione giovanile al 35,7%. Taranto ospita l’ex ILVA, il più grande impianto siderurgico d’Europa, con circa 10.000 dipendenti diretti e altri 10.000 nell’indotto. Il Fondo è stato progettato per loro. Nel dibattito europeo sulla competitività industriale, sulla Carbon Border Adjustment Mechanism e sui costi energetici del 2024 e del 2025, “transizione giusta” descrive anche qualcos’altro: la necessità che la transizione non svantaggi le imprese europee, non aumenti le bollette, non penalizzi i Paesi meno sviluppati. I soggetti sono diversi, il termine è lo stesso.
Il concetto nasce nel movimento sindacale americano degli anni Settanta, attribuito dalla letteratura accademica all’attivista Tony Mazzocchi, che lo usò per tutelare i lavoratori delle industrie inquinanti minacciate da nuove normative ambientali. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro lo ha formalizzato nel novembre 2015 con Linee Guida specifiche. La definizione ILO è: “Rendere l’economia più verde in modo il più equo e inclusivo possibile per tutti i soggetti interessati, creando opportunità di lavoro dignitoso e non lasciando nessuno indietro”. Il preambolo dell’Accordo di Parigi dello stesso anno è più circoscritto: cita “gli imperativi di una transizione giusta della forza lavoro e della creazione di lavoro dignitoso e di qualità”. Il soggetto è esplicitamente la forza lavoro.
Il Fondo europeo per la Transizione Giusta, istituito nel 2021 con 17,5 miliardi di euro complessivi, ha reso operativo il concetto in 96 territori specifici in tutta l’Unione, tutti identificati come dipendenti da carbone, torba, scisto bituminoso o processi industriali ad alta intensità di gas serra. Per l’Italia, il fondo interviene solo in Sulcis e Taranto. Il piano per Sulcis prevede la riqualificazione di 2.250 lavoratori. Quello per Taranto la riqualificazione di 4.300 lavoratori e lo sviluppo di idrogeno verde nella regione. Le risorse devono essere impegnate entro il 2026.
L’ampliamento del concetto oltre la forza lavoro è stato difeso in sede accademica e istituzionale. Il Comitato di politica dello sviluppo delle Nazioni Unite ha adottato nel 2023 una definizione più ampia: la transizione giusta come processo che garantisce “che nessuno venga lasciato o spinto indietro” nella transizione a economie a basse emissioni. Questa lettura include consumatori, comunità, Paesi in via di sviluppo. Il dibattito sulla legittimità dell’ampliamento è reale: se il soggetto si allarga, la tutela aumenta. Ma il termine perde anche la specificità operativa che rendeva possibile disegnare strumenti concreti.
Un’analogia aiuta. Un fondo di solidarietà per gli inquilini sfrattati ha una platea definita: chi perde la casa per una causa specifica. Se lo stesso fondo viene invocato anche da chi trova caro l’affitto, svolge una funzione diversa. Può essere una funzione legittima, ma il nome non descrive più la stessa cosa.
Qui sta l’ambiguità documentabile nel discorso europeo del 2024 e del 2025. Nella discussione sulla Carbon Border Adjustment Mechanism, diversi Paesi in via di sviluppo hanno invocato la transizione giusta come argomento contro un meccanismo che penalizza le loro esportazioni. Nel dibattito sulla competitività industriale, associazioni di categoria l’hanno usata come ragione per limitare regolamenti che aumentano i costi di produzione. Nel dibattito sulle bollette energetiche, governi nazionali l’hanno invocata contro l’adeguamento rapido dei prezzi al costo delle emissioni. In tutti e tre i casi, il soggetto da proteggere è diverso: i Paesi poveri, le imprese, i consumatori. La giustificazione invocata è la stessa.
Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Transizione giusta” aggiunge un meccanismo diverso dagli altri: non una parola con un significato tecnico frainteso dal pubblico, ma una parola con un soggetto storicamente definito (i lavoratori e le comunità delle industrie fossili) che nel discorso politico si è allargato al punto che quasi qualsiasi rallentamento della transizione può presentarsi come “giusto”. Il Fondo europeo finanzia Sulcis e Taranto. Il resto del dibattito europeo invoca la transizione giusta su altri terreni.
La prossima volta che leggete “transizione giusta” in una dichiarazione politica o in un comunicato di categoria, la domanda è una: giusto per chi? Se la risposta non specifica un soggetto, la parola non sta svolgendo la funzione tecnica per cui è stata costruita.
