19 Agosto 2026
/ 19.08.2026

Il ghiaccio che sparisce muove anche la roccia

Parte iCEALP, il progetto INGV che indaga il legame tra fusione dei ghiacciai, deformazione della crosta terrestre e rischio geologico sulle Alpi

Ogni anno le Alpi perdono miliardi di metri cubi di ghiaccio, e quel peso che se ne va lascia un segno anche sulla roccia sottostante: la crosta terrestre si piega, si solleva, cambia lentamente forma. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha appena avviato iCEALP (ice–Climate–solid Earth coupling driving ALPine uplift), progetto di ricerca inserito nel piano quadro Pianeta Dinamico 2026-2029, per misurare quanto la fusione dei ghiacciai, la siccità e gli eventi idrologici estremi alterino le pressioni interne alla crosta terrestre, con ricadute dirette sulla stabilità dei versanti montani e, potenzialmente, sulla sismicità locale.

Il progetto è coordinato da Enrico Serpelloni, primo ricercatore della sezione bolognese dell’INGV, e coinvolge un consorzio ampio: Università di Torino, Fondazione Montagna Sicura, Milano-Bicocca, Bologna, Trento, ENEA, oltre ai partner internazionali ETH di Zurigo e DTU Space in Danimarca.

Come il ghiaccio scarica la roccia

Quando un ghiacciaio fonde, il peso che per millenni ha compresso la roccia sottostante diminuisce, e la crosta terrestre reagisce piegandosi e sollevandosi lentamente. Lo stesso accade, in modo diverso, quando piogge intense o siccità prolungate ridistribuiscono grandi masse d’acqua. Questi riassestamenti possono rendere più fragili i versanti montuosi e, in alcuni casi, interagire con le faglie sismiche: un meccanismo finora poco quantificato sulle Alpi, che iCEALP intende misurare con precisione.

Un gemello digitale delle Alpi

La componente più innovativa del progetto è il “Digital Twin” del sistema alpino: un simulatore che integra dati geodetici, sismologici, idrologici e satellitari in modelli tridimensionali capaci di proiettare scenari fino al 2050 e oltre, secondo diverse traiettorie climatiche. È un cambio di approccio rispetto alla prassi consolidata, che finora ha trattato deglaciazione, idrologia estrema e dinamica tettonica come fenomeni separati.

Due osservatori, due laboratori naturali

Sul piano infrastrutturale, iCEALP prevede la costruzione di AMIGHO (Alpine Mountain Integrated Geophysical High-altitude Observatory) nell’area del Monte Rosa, pensato per colmare la carenza di monitoraggio geofisico in alta quota. In parallelo verrà potenziato HySO, l’osservatorio idro-sismologico già attivo nella Groenlandia nord-occidentale, insieme a THAAO.

La scelta di lavorare su due teatri così distanti non è casuale: le Alpi offrono un sistema dove processi geodinamici, climatici e idrologici si intrecciano in modo complesso, mentre la Groenlandia, dove la perdita di massa glaciale è massiccia e i segnali di deformazione crostale più netti, funziona da banco di prova per calibrare i modelli prima di applicarli al contesto alpino.

Ricadute per la prevenzione del rischio

Capire con precisione questo meccanismo significa poter alimentare strumenti di prevenzione del rischio geologico e di pianificazione territoriale nelle aree alpine, dove il turismo di montagna e gli insediamenti a valle convivono ormai stabilmente con una crisi glaciale in accelerazione. I primi sopralluoghi per la realizzazione di AMIGHO sono già stati avviati, così come il potenziamento di HySO. 

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