Per tutta l’estate, al largo delle nostre coste, il mare ha immagazzinato il calore che gli abbiamo scaricato addosso rimandando la transizione energetica che da decenni gli scienziati invocano come indispensabile e urgente. Per molti anni gli oceani hanno compensato i nostri errori riducendo l’impatto termico. Ora però l’equilibrio sta saltando. I numeri del Consorzio LaMMA-CNR, aggiornati a fine agosto, raccontano un primato di cui avremmo fatto volentieri a meno. Nel Mediterraneo luglio è stato il mese più caldo dal 1993, con una temperatura superficiale media intorno ai 27 gradi. Al largo della Toscana la media mensile ha toccato 27,7 gradi: +3,9 gradi sopra la norma 1991–2020, il valore più alto nei 45 anni di misure.
Un calore che scende in profondità
È il picco (per ora) di un trend che non accenna a rallentare: il Mediterraneo si scalda di circa 0,7 gradi ogni decennio, e il 94% del bacino ha superato la media 1993–2022 (dati Copernicus Marine e satelliti NOAA). E la vera novità sta sotto la superficie. Nel Mar Ligure l’anomalia media tra 0 e 70 metri è di circa +1,7 gradi, e resta vicina a +0,8 gradi a 70 metri di profondità. Tradotto in energia, fa impressione: “Questo calore in eccesso corrisponde a circa 8,2 exajoule, vuol dire 1,8 volte l’energia disponibile per i consumi finali in Italia nel 2024”, spiega Francesco Meneguzzo, ricercatore del CNR-IBE e commissario del Consorzio LaMMA-CNR.
Che succede a tutta questa energia? L’atmosfera l’assorbe in forma di calore e vapore nei bassi strati dell’aria. È il carburante degli eventi estremi. Il mare caldo, da solo, non “accende” una tempesta. Perché l’innesco scatti serve qualcosa che spinga verso l’alto l’aria carica di umidità, così che salendo si raffreddi e condensi in nubi: a dare la spinta può essere lo scontro fra masse d’aria diverse. Ma quando l’innesco arriva, trova una dispensa molto più fornita: più vapore, più energia, più violenza potenziale nella pioggia e nel vento.
E naturalmente non succede solo nel Mediterraneo. A fine agosto il Guardian ha raccontato che cosa sta accadendo nel Mar Giallo, davanti alla Corea del Sud: acque superficiali da settimane diversi gradi sopra la media, e tempeste che ne escono rinforzate, con piogge più devastanti e raffiche violente. L’Amministrazione meteorologica coreana indica le cause: minore risalita di acque fredde e un’alta pressione ostinata, che ha tenuto l’aria calda inchiodata sulla regione.
Le previsioni di Copernicus
Cosa succederà nelle prossime settimane? Il Copernicus Climate Change Service, nell’aggiornamento del 10 agosto per il trimestre settembre–novembre, indica temperature sopra la media su gran parte dell’Europa, Italia compresa, e precipitazioni più probabili sui settori meridionali e occidentali del continente. Le stime stagionali non possono entrare nel dettaglio di una vera e propria previsione determinata nel tempo e nello spazio, ma la direzione è netta.
E c’è un secondo motore: El Niño, che secondo la NOAA ha oltre il 90% di probabilità di rafforzarsi fino a raggiungere un’intensità molto forte nei prossimi sei mesi. Sull’Europa i suoi effetti sono indiretti, ma aggiungono un altro tassello a un quadro già carico di energia.
Un mare che ha fatto il pieno di calore, un’atmosfera pronta a spenderlo, una crisi climatica in crescita. L’autunno 2026 parte con il serbatoio pieno, e gli episodi intensi, quando arriveranno, avranno più forza del solito. È il momento di tenere alta la guardia, non di distrarsi. E magari di cominciare a fare sul serio nel ridurre il rischio: le emissioni serra prodotte dall’abuso di combustibili fossili e dalla deforestazione continuano a crescere.
