1 Settembre 2026
/ 1.09.2026

Sotto le dune del Sahara un cimitero di squali vecchio 76 milioni di anni

Ad Abu-Tartur, in Egitto, i fosfati custodivano sette specie di predatori marini del Cretaceo. In un pianeta più caldo il mare arrivava fin lì

Il Sahara nasconde sotto la sabbia le prove di un mare tropicale. Nell’altopiano di Abu-Tartur, tra le oasi di Dakhla e Kharga nel deserto sud-occidentale egiziano, un gruppo di paleontologi dell’Università del Cairo, in collaborazione con ricercatori svizzeri e colombiani, ha portato alla luce quattordici denti fossili appartenenti ad almeno sette specie diverse di squali vissuti circa 76 milioni di anni fa, durante il Campaniano, nel tardo Cretaceo. Lo studio, firmato da Tarek Yassin, Jorge D. Carrillo-Briceño, René Kindlimann, Alhussein Ibrahim e Mohamed K. AbdelGawad, è stato pubblicato sulla rivista Cretaceous Research.

Un oceano scomparso

Il ritrovamento conferma un dato già noto ai geologi ma difficile da immaginare guardando le dune: durante il Cretaceo superiore i livelli marini erano molto più alti di oggi, complice un pianeta più caldo e privo di calotte polari significative. L’espansione della Tetide, l’antico oceano che separava i continenti settentrionali da quelli meridionali, sommergeva allora gran parte dell’Africa nord-orientale. La Formazione Duwi, lo strato geologico da cui provengono i fossili, si è depositata proprio in quella fase, quando l’attuale deserto era un ambiente marino poco profondo e ricchissimo di nutrienti.

Cinque specie mai viste in Egitto

Il primo studio del 2025 aveva individuato sul sito i resti di due specie di squali: lo Scapanorhynchus rapax, un antenato dell’attuale squalo goblin dal muso allungato, e il Cretoxyrhina mantelli, un grande predatore paragonabile per dimensioni agli squali bianchi odierni. Lo scavo più approfondito ha permesso di riconoscere altre cinque specie di squali finora sconosciute in quest’area: si tratta ancora di Cretalamna, Scapanorhynchus e Squalicorax, generi imparentati con gli squali moderni, ma appartenenti a specie diverse da quelle già note. Nessuna di queste cinque era mai stata segnalata prima ad Abu-Tartur, e una di esse, un secondo tipo di Scapanorhynchus, potrebbe rappresentare la prima testimonianza fossile del suo genere in tutto il continente africano.

Non si tratta di scheletri interi: la cartilagine di cui sono fatti gli squali si fossilizza raramente, e ciò che resta nella maggior parte dei casi sono i denti. È comunque una collezione utile a ricostruire abitudini alimentari e rapporti tra le specie: nello studio si osserva che le forme dentarie recuperate, alcune lunghe e appuntite, altre seghettate, altre ancora ricurve, indicano diete diverse. Gli autori ne deducono che gli squali del Duwi non competevano direttamente per le stesse prede, ma si dividevano in nicchie ecologiche distinte all’interno dello stesso ecosistema.

Il ruolo dell’upwelling

La densità di specie trovata in un’area relativamente circoscritta si spiega, secondo i ricercatori, con il fenomeno dell’upwelling: la risalita di acque profonde fredde e cariche di nutrienti che, raggiungendo la superficie, innesca una catena alimentare capace di sostenere grandi popolazioni di predatori. Fenomeni simili, e depositi fosfatici assimilabili a quelli di Abu-Tartur, sono già stati documentati in Marocco e in Senegal, a conferma che il Nord Africa cretacico era, nel complesso, una delle regioni a maggiore biodiversità di squali del pianeta.

Gli autori indicano che serviranno ulteriori esemplari e revisioni tassonomiche per confermare con certezza l’attribuzione di alcune specie, ma il quadro che emerge da Abu-Tartur resta, per ora, il più ricco mai documentato in Egitto per questo gruppo di predatori marini.

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