11 Settembre 2026
/ 11.09.2026

Estate da record per il turismo, ma il conto vero resta nascosto

Il ministro Mazzi celebra 276 milioni di presenze e un tasso di saturazione al 62%. Dietro le cifre trionfali restano però le domande su ambiente, comunità locali e tenuta dei territori. E la scommessa sui borghi da rilanciare

I dati diffusi dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi a margine della Mostra del Cinema di Venezia raccontano un’estate senza precedenti. Tra giugno, luglio e agosto l’Italia ha registrato 276 milioni di presenze, 5 milioni e mezzo in più rispetto al 2025, che pure era stato un anno record. Il tasso di saturazione sulle grandi piattaforme di prenotazione online ha sfiorato il 62%, in crescita del 14,5% sull’anno precedente. Cifre che, secondo il ministro, collocano il nostro Paese davanti ai concorrenti mediterranei: 7 punti sopra la Spagna e 17 sopra la Francia, con un distacco che nei primi dieci giorni di settembre sarebbe salito a 13 punti sulla Spagna e 23 sulla Francia.

Il rovescio della medaglia

Dietro l’entusiasmo dei comunicati si nasconde però una questione che ogni estate diventa più difficile da ignorare: la tenuta dei luoghi. Un tasso di saturazione così elevato significa spiagge affollate, centri storici presi d’assalto, reti idriche ed energetiche sotto pressione proprio nei mesi in cui l’acqua è più scarsa.

Venezia, Firenze, le Cinque Terre e la costiera amalfitana convivono ormai stabilmente con il sovraffollamento turistico, che erode la qualità della vita dei residenti e mette alla prova ecosistemi fragili. Il picco di presenze, insomma, è anche un picco di rifiuti prodotti, di consumo di suolo e di emissioni legate agli spostamenti. Un dato che nessun comunicato mette in cima all’elenco dei traguardi.

La scommessa dei borghi

Consapevole del problema, il ministero rivendica una strategia di redistribuzione dei flussi verso i borghi e le aree interne, con un aumento delle presenze di quasi il 6% rispetto allo scorso anno.

“Vogliamo che i flussi si distribuiscano”, ha spiegato il ministro, parlando di risultati molto importanti anche su questo fronte. È la direzione giusta, ma la strada resta lunga. Perché la distribuzione funzioni davvero servono investimenti in trasporti, servizi e presidi sanitari nelle aree meno battute: altrimenti il rischio è di spostare il sovraffollamento da un punto all’altro della mappa, senza ridurne l’impatto complessivo.

Secondo il World Travel & Tourism Council il turismo vale il 10,8% del prodotto interno lordo italiano (una quota che altre stime spingono fino al 13%) e resta una risorsa economica insostituibile. La vera sfida dei prossimi anni, però, non sarà attirare più visitatori, ma gestirne meglio la presenza: allungare le stagioni, alleggerire i picchi, tutelare i territori che di quei visitatori vivono. Perché un record costruito sulla saturazione, senza una strategia di sostenibilità, rischia di trasformarsi in fretta da vanto in problema.

Le ragioni del ritardo

Che il problema sia questo, il sovraffollamento di alcune aree e la desertificazione di altre (tra cui centinaia di borghi antichi che verrebbero valorizzati in ogni altro Paese) è evidente. La domanda è perché non si pone rimedio al problema. E la risposta non può essere rinchiusa nell’ambito del turismo.

La ragione vera è un ritardo culturale, l’incapacità di creare connessioni ecosistemiche all’interno dell’economia. In una casella stanno i conti del turismo. In un’altra i soldi che sborsiamo per riparare i danni creati da frane e alluvioni. In un’altra ancora le decine di migliaia di morti prodotte in Europa dalla violenza delle ondate di calore. In una quarta le perdite agricole. E l’elenco prosegue a lungo. Citato nei comunicati ufficiali, nelle cronache, nei convegni. Ma sempre senza la sintesi capace di mostrare gli intrecci: i vantaggi a pioggia derivanti dai singoli investimenti nella transizione ecologica e i danni altrettanto diffusi derivanti dal dominio di un modello fossilee super concentrato. A conteggi non corretti corrispondono risultati non corretti.

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