Entro la fine del secolo circa il 40% delle terre emerse sarà classificato come arido. È la stima al centro di un nuovo studio secondo cui la quota oscillerà tra il 39,31% e il 40,28% delle superfici continentali. A crescere di più saranno le zone cosiddette “iperaride”, quelle segnate da piogge quasi assenti e da un’altissima capacità evaporativa dell’atmosfera. Oggi le terre aride coprono il 38,58% del pianeta: un incremento che, nello scenario peggiore, si tradurrebbe in quasi 2,4 milioni di chilometri quadrati in più, una superficie paragonabile a quella dell’Algeria o del Kazakistan.
La cifra, per quanto allarmante, è più bassa di quanto ipotizzato in passato. Nel 2015 un’altra ricerca, apparsa su Nature Climate Change, prevedeva che l’espansione delle aree secche avrebbe raggiunto il 56% delle terre emerse. Perché la nuova proiezione è meno drammatica, se la crisi climatica continua a peggiorare? La risposta, sorprendente, chiama in causa proprio l’anidride carbonica: le sue concentrazioni crescenti in atmosfera stanno rallentando l’avanzata dell’aridità, pur senza riuscire a fermarla.
Cosa succede alle foglie
Il meccanismo è fisiologico e riguarda il comportamento delle piante. Con più CO₂ a disposizione, gli stomi – le minuscole aperture sulle foglie attraverso cui entra il carbonio necessario alla fotosintesi ed esce il vapore acqueo – tendono a restare più chiusi. Il risultato è una minore traspirazione e quindi una perdita d’acqua ridotta: la fotosintesi diventa più efficiente e la vegetazione trattiene meglio le proprie risorse idriche. In questo modo l’eccesso di anidride carbonica contrasta l’evapotraspirazione potenziale, il parametro che misura quanta acqua l’ambiente tenderebbe a sottrarre al suolo e alle piante. È così che l’espansione delle terre aride, tra il 1960 e il 2023, ha rallentato la propria corsa.
Gli autori stimano un aumento di 1,7 punti percentuali per il periodo 2070–2100 nello scenario di riscaldamento più severo, denominato SSP585. Un dato da leggere senza illusioni: il ruolo “frenante” della CO₂ non cancella gli effetti devastanti che lo stesso gas provoca sul clima globale, dalle ondate di calore sempre più lunghe all’innalzamento dei mari, dalla perdita di biodiversità agli incendi. Il caldo estremo continua a far morire la vegetazione e a spianare la strada alla desertificazione. Semplicemente, l’aridità avanza in modo un po’ meno rapido di quanto si temesse.
La geografia della siccità
Non tutte le regioni seguiranno lo stesso destino. Australia, Brasile e Nord Africa resteranno i grandi centri dell’essiccamento, mentre la Cina nordorientale proseguirà nel suo processo di inverdimento. Il cambiamento più netto è atteso in Australia centrale, destinata a passare da area verde a zona secca.
A firmare la ricerca è un gruppo di scienziati cinesi guidato dal professor Yifei Cai, dell’Istituto per la conservazione e il ripristino ecologico dell’Accademia cinese di scienze forestali di Pechino, in collaborazione con l’Istituto di studi sulla desertificazione e con l’Istituto della Grande Muraglia Verde. Incrociando l’indice di aridità con l’evapotraspirazione potenziale, il lavoro restituisce un’immagine più precisa del pianeta che verrà.
