Il Mediterraneo è una delle autostrade più affollate del pianeta. In queste acque, dove convivono grandi navi e grandi mammiferi, sta prendendo forma una tecnologia italiana pensata per ridurre uno dei rischi più concreti per balene e delfini: finire sotto la chiglia di un mercantile.
Il problema è racchiuso in due numeri. Il Mediterraneo copre meno dell’1% della superficie degli oceani, ma da solo assorbe circa il 30% del traffico mercantile mondiale. In ogni momento lo attraversano quasi 2.000 navi di grande stazza, per un totale che sfiora le 200 mila unità l’anno. E il flusso non accenna a diminuire: secondo gli istituti di ricerca il traffico marittimo è cresciuto di circa il 50% nell’ultimo decennio, con previsioni di ulteriore aumento. Più navi, più veloci, negli stessi corridoi dove si concentrano i cetacei.
La prima causa di morte
Per i grandi cetacei del Mediterraneo la collisione con le imbarcazioni è ormai la principale causa di morte non naturale. Il punto più critico è il Santuario Pelagos, l’area protetta tra Italia, Francia e Principato di Monaco: qui, secondo il WWF, il rischio di impatto è oltre tre volte più alto che nel resto del bacino e ogni anno perdono la vita fino a quaranta balenottere. Gli esperti stimano circa 3.500 “quasi collisioni” all’anno, incontri ravvicinati in cui nave e animale si sfiorano. A pagare il prezzo più alto sono le specie che nuotano lente e in superficie, come la balenottera comune e il capodoglio, entrambe minacciate secondo la lista rossa della IUCN. La popolazione mediterranea di capodogli, isolata geneticamente da quella atlantica e perciò più fragile, conta meno di 2.500 individui adulti ed è in diminuzione.
Occhi e orecchie sott’acqua
È in questo scenario che si inserisce la novità: WAILS, una piattaforma sviluppata dal gruppo TimelapseLab, azienda cresciuta nel monitoraggio remoto di cantieri e infrastrutture. L’idea è portare sotto il pelo dell’acqua telecamere ad alta risoluzione, idrofoni capaci di captare i richiami dei mammiferi marini, sensori ambientali e algoritmi di intelligenza artificiale. Quando il sistema riconosce la presenza di un cetaceo, incrocia le diverse fonti, ne verifica l’attendibilità e invia in tempo reale un allarme all’equipaggio, così da ridurre sia il rischio di impatto sia quello dei falsi allarmi. Al termine delle operazioni genera report automatici con coordinate e rotte, un archivio prezioso anche per ricercatori ed enti di tutela. I primi test sono stati condotti nel Lago di Garda.
Non solo tecnologia
La tecnologia, però, è soltanto una parte della risposta. Nel 2023, su proposta di Italia, Francia, Monaco e Spagna, l’IMO, l’agenzia delle Nazioni Unite per il traffico marittimo, ha istituito nel Mediterraneo nord-occidentale un’area marina particolarmente sensibile, raccomandando alle navi sopra le 300 tonnellate di rallentare a 10-13 nodi nelle zone frequentate dai cetacei. Ridurre la velocità, deviare le rotte e “vedere” per tempo gli animali sono strumenti complementari. Perché in un mare che concentra una quota altissima della biodiversità marina e, allo stesso tempo, una fetta enorme dei commerci globali, la convivenza tra navi e balene resta una delle sfide principali da governare.
